LANZO TORINESE (To). Pittura murale “Madonna con Bambino e Santo”.

Localizzazione e recapiti: Casa privata, al piano terra del primo edificio adiacente alla trecentesca porta turrita, detta d’Aymone, via San Giovanni Bosco 2, in una stanza interna rivolta verso la quattrocentesca piazza Gallenga.

Tipologia dell’opera: Dipinto ad affresco e tempera

Madonna_di_Lanzo_TDescrizione: Il dipinto è a forma di rettangolare, ha subito dei tagli sia nella parte superiore (le teste della Vergine e del Santo hanno le aureole incomplete) che nella parte destra. Rimangono, al centro, una Madonna col Bambino e, sulla sinistra, un giovane Santo non identificabile con sicurezza [in precedenza era stato proposto san Giovanni, ma Gesù e il Battista, secondo i Vangeli, erano circa coetanei e qui sono rappresentati un bambino e un giovane], raffigurato con un libro aperto fra le mani. Sulle pagine si legge, in caratteri gotici (trascrizione da Oderzo Gabrieli):
Giacomo Jaquerio, Madonna col bambino. Lanzo Torinese (TO), casa privata.«Ave mater angelorum; Ave regina celorum; Deus in adutorium meu[m] […] gloria […] patri. Ave maria gra[tia] plena d[o]m[i]n[um] tecum benedita tu in milierib[us] et beneditus».
Le figure stanno su un fitto prato. Presumibilmente è andato perduto, sulla destra, un altro Santo oppure il committente di una probabile rappresentazione votiva.
La scena è incorniciata da una sottile bordura bicolore, realizzata in tempi recenti, in due momenti diversi.
Il viso della Vergine è simmetrico a quello della Santa martire nella parete sinistra del presbiterio della Pieve di Pianezza, e, come ipotizza Oderzo Gabrieli, tratta dallo stesso cartone rovesciato.

A favore dell’attribuzione di questo dipinto a Giacomo Jaquerio, come opera giovanile sono:
– CAVALLARI MURAT A., Lungo la Stura di Lanzo, Ist. Bancario San Paolo, Torino 1973, p. 80
– GRISERI A., Ritorno a Jaquerio, in E. CASTELNUOVO – G. ROMANO (a cura di), Jaquerio e il gotico internazionale, catalogo della mostra, Torino 1979, p. 14;
– GENINATTI L., Maestro di Forno di Lemie, 1486, in CASTELNUOVO – ROMANO (a cura di), Jaquerio e il gotico internazionale, p. 420
– ORLANDONI D.; PROLA B., Il castello di Fenis, Musumeci Editore, Quart, 1982, p. 122,
– TIBONE M.L.; CARDINO L., Lanzo e le sue Valli tra storia e arte, dodici percorsi per conoscere per salvare, Torino 1995, pp. 136-138
– CALZA C.; BONCI A., Nelle terre di Margherita di Savoia, vademecum di itinerari storico-artistici da Lanzo a Torino, Cirié 2002, pp. 22-23
Invece fu di opinione differente: A. GRISERI, Le arti alla corte di Amedeo VIII, in R. COMBA (a cura di), Storia di Torino, vol. II, Il basso Medioevo e la prima età moderna (1280- 1536), Torino 1997, p. 686 nota 234.

Notizie storiche:
Il dipinto è “databile entro il secondo decennio del XV secolo, dopo le tavole del Museo Civico (1405-1410) e prossima alla Vergine in trono di Ranverso (1413-1414)”, secondo Oderzo Gabrieli, vedasi bibliografia.
L’edificio in cui si trova l’opera, dato il pregio dell’affresco, era probabilmente di proprietà del Signore di Lanzo, che all’epoca era Amedeo VIII di Savoia. Anche sulla destinazione d’uso non si hanno notizie certe, forse sede di mercato e/o di botteghe private. La casa ha conservato le strutture medievali ed il portico.

Fruibilità: Proprietà privata, non visitabile.

Bibliografia:
– ODERZO GABRIELI B., Giacomo Jaquerio e la Madonna di Lanzo Torinese, in: Studi in onore di Maria Grazia Albertini Ottolenghi, Dipartimento di Storia, Archeologia e Storia dell’arte Università Cattolica del Sacro Cuore, a cura di Marco Rossi, Alessandro Rovetta, Francesco Tedeschi, Quaderni di Storia dell’Arte, vol.2; Edizioni Vita e pensiero, Milano 2013, pp. 45-9
Vedi allegato: Giacomo Jaquerio e la Madonna di Lanzo

Data compilazione scheda: marzo 2019

Nome del compilatore: Angela Crosta

MANTA (Cn). Castello dei marchesi di Saluzzo, Salone baronale, affreschi – Scheda 4.

Localizzazione e recapiti:
Manta si raggiunge da Pinerolo percorrendo la statale 589 per Saluzzo, da cui dista circa 6 chilometri.
Il castello si trova su di un’altura, a cui si giunge per la via Estienne.
Le opere considerate si trovano nella sala baronale.

Descrizione:
Sulle pareti sono affrescati nove Prodi (tre ebrei, tre pagani e tre cristiani), nove Eroine, la Fontana della Giovinezza, una Crocifissione e lo stemma dei Saluzzo.
La collocazione delle figure è la seguente: Ettore di Troia e Alessandro Magno di fianco al camino, su cui è affrescato lo stemma dei Saluzzo con il loro motto leit leit (adagio adagio); sulla parete contigua Giulio Cesare, Giosuè, Davide, Giuda Maccabeo, Artù, Carlo Magno, Goffredo di Buglione. Sulla stessa parete iniziano poi le Eroine: Delfile, Sinope, Ippolita, Semiramide, Etiope, Lampeto, Tapiri, che continuano sulla parete adiacente con Teuca e Pentesilea. Sotto ogni figura un’iscrizione ne illustra le imprese (Scheda 1).
Sulla parete di fondo è affrescata una Crocifissione; sulla parete delle finestre è rappresentata la Fontana della Giovinezza (Scheda 1).

Tipologia immagine: Affresco

Periodo artistico: L’esecuzione degli affreschi è databile ai primi anni del potere di Valerano, intorno al 1420.

Cronologia: XV sec.

Materiale informativo ed illustrativo:
Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pagg. 294-295.

Note storiche:
La realizzazione degli affreschi dei Prodi, delle Eroine e della Fontana della Giovinezza fu voluta da Valerano, figlio illegittimo del marchese di Saluzzo Tommaso III, da cui aveva ricevuto in eredità il castello nel 1416. Gli affreschi dei Prodi e delle Eroine sono ispirati allo Chevalier errant, romanzo ricco di riferimenti al mondo dei cicli arturiano e carolingio, di cui era autore Tommaso III, e, per la Fontana della Giovinezza, al trecentesco Roman de Fauvel, opera di Gervais du Bus, di cui il marchese aveva portato una copia da Parigi. Del testo dello Chevalier Errant sono noti due manoscritti, uno conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi e l’altro alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
Gli affreschi, a partire dai primi decenni del Novecento fino agli inizi del XXI secolo, hanno ricevuto varie e contrastanti attribuzioni.
Abbandonata l’originaria attribuzione a Jaquerio, alcuni giudizi fanno riferimento ad Aimone Duce, altri successivi a un maestro influenzato dalla miniatura francese per i Prodi e le Eroine, mentre la Fontana della Giovinezza testimonierebbe l’opera di collaboratori più vicini a Jaquerio; altri critici, e questa è la valutazione più recente, attribuiscono il ciclo di affreschi ad un autore ancora innominato, il Maestro della Manta, il cui linguaggio richiama alla mente Aimone Duce e aspetti dell’opera di Jaquerio.
Per ulteriori informazioni sull’attribuzione si fa riferimento alle opere citate nella bibliografia.

Bibliografia:
– A. GRISERI, Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte, Torino 1965, pagg. 61-72, 126-127 (i testi delle iscrizioni).
– A. GRISERI, Ritorno a Jaquerio, in E. CASTELNUOVO – G. ROMANO (a cura di), Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale, Palazzo Madama aprile – giugno 1979, Torino 1979, pag. 5, pagg. 28-29. Ibidem pagg. 152-158 (illustrazioni).
– M. DI MACCO, Dux Aymo, 1429, ibidem pagg. 402-403.
– S. BAIOCCO – S. CASTRONOVO – E. PAGELLA, Arte in Piemonte. Il Gotico, Ivrea 2003, pagg. 124-133.
– E. CASTELNUOVO, Jaquerio, Aimone Duce e il Maestro della Manta, in E. PAGELLA – E. ROSSETTI BREZZI – E. CASTELNUOVO, Corti e città. Arte del Quattrocento nelle Alpi occidentali, Torino 7 febbraio – 14 maggio 2006, Milano 2006, pag. 150.

Url: http://www.fondoambiente.it/beni/castello-della-ma…

Email: faimanta@fondoambiente.it

Note: Il castello è di proprietà del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) dal 1984, in seguito alla donazione di Elisabetta De Rege Provana.

Allegato:
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1957
I nove prodi e le nove eroine, sala baronale del castello della Manta, con tavole e immagini.

Fruibilità: Orario di apertura:
– da marzo a settembre ore 10-18;
– da ottobre a metà dicembre e nel mese di febbraio 10-17;
ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura.
Aperto tutti i giorni tranne i lunedì non festivi.
Tel. e fax: 0175 87822.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

Data ultima verifica sul campo: 2019-03-31

Allegati:
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi – Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1957 – I nove prodi e le nove eroine, sala baronale del castello della Manta, con tavole e immagini:
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi 5 prodi eroine
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi 6 salone
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi, completo a

Video: https://www.youtube.com/watch?v=Ps0tKRCNElA

 

MANTA (Cn). Castello dei marchesi di Saluzzo, Salone baronale, affreschi – Scheda 3.

Localizzazione e recapiti:
Manta si raggiunge da Pinerolo percorrendo la statale 589 per Saluzzo, da cui dista circa 6 chilometri.
Il castello si trova su di un’altura, a cui si giunge per la via Estienne.
Le opere considerate si trovano nella sala baronale.

Descrizione:
Sulle pareti sono affrescati nove Prodi (tre ebrei, tre pagani e tre cristiani), nove Eroine, la Fontana della Giovinezza, una Crocifissione e lo stemma dei Saluzzo.
La collocazione delle figure è la seguente: Ettore di Troia e Alessandro Magno di fianco al camino, su cui è affrescato lo stemma dei Saluzzo con il loro motto leit leit (adagio adagio); sulla parete contigua Giulio Cesare, Giosuè, Davide, Giuda Maccabeo, Artù, Carlo Magno, Goffredo di Buglione. Sulla stessa parete iniziano poi le Eroine: Delfile, Sinope, Ippolita, Semiramide, Etiope, Lampeto, Tapiri, che continuano sulla parete adiacente con Teuca e Pentesilea. Sotto ogni figura un’iscrizione ne illustra le imprese (Scheda 1).
Sulla parete di fondo è affrescata una Crocifissione; sulla parete delle finestre è rappresentata la Fontana della Giovinezza (Scheda 1).

Periodo artistico: L’esecuzione degli affreschi è databile ai primi anni del potere di Valerano, intorno al 1420.

Cronologia: Cronologia: XV sec.

Materiale informativo ed illustrativo: Materiale informativo ed illustrativo: Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pagg. 294-295.

Note storiche:
La realizzazione degli affreschi dei Prodi, delle Eroine e della Fontana della Giovinezza fu voluta da Valerano, figlio illegittimo del marchese di Saluzzo Tommaso III, da cui aveva ricevuto in eredità il castello nel 1416. Gli affreschi dei Prodi e delle Eroine sono ispirati allo Chevalier errant, romanzo ricco di riferimenti al mondo dei cicli arturiano e carolingio, di cui era autore Tommaso III, e, per la Fontana della Giovinezza, al trecentesco Roman de Fauvel, opera di Gervais du Bus, di cui il marchese aveva portato una copia da Parigi. Del testo dello Chevalier Errant sono noti due manoscritti, uno conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi e l’altro alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
Gli affreschi, a partire dai primi decenni del Novecento fino agli inizi del XXI secolo, hanno ricevuto varie e contrastanti attribuzioni.
Abbandonata l’originaria attribuzione a Jaquerio, alcuni giudizi fanno riferimento ad Aimone Duce, altri successivi a un maestro influenzato dalla miniatura francese per i Prodi e le Eroine, mentre la Fontana della Giovinezza testimonierebbe l’opera di collaboratori più vicini a Jaquerio; altri critici, e questa è la valutazione più recente, attribuiscono il ciclo di affreschi ad un autore ancora innominato, il Maestro della Manta, il cui linguaggio richiama alla mente Aimone Duce e aspetti dell’opera di Jaquerio.
Per ulteriori informazioni sull’attribuzione si fa riferimento alle opere citate nella bibliografia.

Bibliografia:
– A. GRISERI, Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte, Torino 1965, pagg. 61-72, 126-127 (i testi delle iscrizioni).
– A. GRISERI, Ritorno a Jaquerio, in E. CASTELNUOVO – G. ROMANO (a cura di), Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale, Palazzo Madama aprile – giugno 1979, Torino 1979, pag. 5, pagg. 28-29. Ibidem pagg. 152-158 (illustrazioni).
– M. DI MACCO, Dux Aymo, 1429, ibidem pagg. 402-403.
– S. BAIOCCO – S. CASTRONOVO – E. PAGELLA, Arte in Piemonte. Il Gotico, Ivrea 2003, pagg. 124-133.
– E. CASTELNUOVO, Jaquerio, Aimone Duce e il Maestro della Manta, in E. PAGELLA – E. ROSSETTI BREZZI – E. CASTELNUOVO, Corti e città. Arte del Quattrocento nelle Alpi occidentali, Torino 7 febbraio – 14 maggio 2006, Milano 2006, pag. 150.

Url: Url: http://www.fondoambiente.it/beni/castello-della-ma…

Email: faimanta@fondoambiente.it

Note: Il castello è di proprietà del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) dal 1984, in seguito alla donazione di Elisabetta De Rege Provana.

Fruibilità: Orario di apertura:
– da marzo a settembre ore 10-18;
– da ottobre a metà dicembre e nel mese di febbraio 10-17;
ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura.
Aperto tutti i giorni tranne i lunedì non festivi.
Tel. e fax: 0175 87822.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

Data ultima verifica sul campo: 2019-03-31

Allegato: le_scritte_in_volgare_dei_prodi_e_delle-eroine-del
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi – Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1957 – I nove prodi e le nove eroine, sala baronale del castello della Manta, con tavole e immagini:
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi 5 prodi eroine
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi 6 salone
Tre monumenti pittorici del Piemonte antico, a cura di Marziano Bernardi, completo a

Video: https://www.youtube.com/watch?v=Ps0tKRCNElA

LEMIE (To), fraz. Forno. La Cappella di San Giulio (con affreschi di scuola jaqueriana).

La cappella di San Giulio, nella borgata di Forno, risale al sec. XIV e alla generosità della famiglia Goffi. Ancora nella prima metà del 1800 si poteva leggere sulla facciata la dedicazione con la data del 1486.

Descrizione:
San Giulio è sconosciuto nelle Valli di Lanzo ed è invece legato alla zona di Orta, dalla quale provenivano molti immigrati a Forno.
La Cappella è molto semplice e costituita da un presbiterio quadrato cui venne aggiunto un atrio per i fedeli. L’interno è ad una navata coperta da una volta a botte con affreschi della seconda metà del XV secolo di un pittore sconosciuto che viene detto “maestro di Forno di Lemie”.
Analogie con opere coeve di altre chiese piemontesi sembrerebbero indicare un artista formatosi nella seconda metà del XV secolo in ambiente jaqueriano, forse addirittura un membro della famiglia Jaquerio. Si è pensato in particolare a Giorgio Jaquerio, presente in quegli anni a Ciriè, dove morì prima del 1530.
Sulla parete di fondo la Madonna in trono con il Bambino e a sinistra santa Lucia e il beato Amedeo IX di Savoia; a destra san Giulio che presenta alla Vergine tre personaggi che una sottostante iscrizione in caratteri gotici identifica con tre membri della famiglia Goffi.
Sulla parete di sinistra sono dipinti su due fasce, a partire dall’alto, le figure di San Michele Arcangelo, San Sebastiano, San Giovanni Battista, Santa Cristina e Santa Caterina.
Sulla parete destra vi sono Sant’Antonio Abate e San Giorgio che trafigge il drago e salva una damigella piangente. Quest’ultimo dipinto è notevole per la cromaticità e per la raffigurazione del paesaggio.
Sulla volta vi è l’immagine di Dio Padre e dell’Annunziata; sul lato sinistro dell’arco di ingresso del presbiterio, in origine sul cammino dei viaggiatori, è rimasta la parte superiore della figura di San Cristoforo.

Fonte:
http://archeocarta.org/lemie-to-cappella-san-giulio/

Una pubblicazione, a cura di Daniela Berta, con contributi degli storici dell’arte Claudio Bertolotto, già funzionario della Soprintendenza ai Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, Gian Giorgio Massara, Adriano Olivieri e Luigi Rajneri, progettista e direttore dei lavori.
Le fotografie sono state realizzate da Enzo Isaia.

Cronologia: XV sec.

Materiale informativo ed illustrativo:
Il recente restauro:
Autori: Claudio Bertolotto, Gian Giorgio Massara, Adriano Olivieri, Luigi Rajneri.
Fotografie: Enzo Isaia.
Introduzioni: Compagnia di San Paolo, Alberto Tazzetti, Giacomo Lisa.
Designata come Polo dell’Arte del progetto Lungo la Stura di Viù, la cappella di San Giulio a Forno di Lemie è stata sottoposta a restauro insieme alla facciata della chiesa parrocchiale di San Martino a Viù e alla cappella della Confraternita nell’Antico Complesso Parrocchiale di Usseglio.
Il progetto, promosso e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo con il bando del 2009 “Nuove Prospettive per le Valli di Lanzo”, in collaborazione con Comune di Viù, Lemie e Usseglio ha inteso valorizzare il territorio locale attraverso una gestione integrata del suo patrimonio artistico, culturale e paesaggistico.
L’intervento rende fruibile al pubblico il pregevole ciclo di affreschi quattrocenteschi custoditi dalla cappella, riferiti all’ambito di Giacomo Jaquerio: vero gioiello valligiano meritevole di essere valorizzato, visitato e studiato agevolmente.

Bibliografia:

Claudio BERTOLOTTO, Gian Giorgio MASSARA, Presenze pittoriche rinascimentali nelle Valli di Lanzo.
Cicli di affreschi a Lemie, Cappella di San Giulio, Oratorio della Confraternita del SS. Nome di Gesù, con una nota su Un frescante nel vallone d’Ovarda: 160 pagine, 93 illustrazioni (2015).
Il volume consente di allargare lo sguardo dai cicli affrescati delle cappelle di Lemie alla grande pittura tardomedievale in Piemonte. Emergono anche rapporti locali con Bracchiello (Ceres), Cantoira e il santuario di Santa Cristina. Sono inoltre indagati, sulla base delle testimonianze figurative e documentarie, i rapporti tra gli affreschi della cappella di San Giulio a Forno di Lemie e i committenti, i fratelli Goffi, esponenti di un’antica famiglia di imprenditori minerari e metallurgici.
Indice:
– GIAN GIORGIO MASSARA, Affreschi sulle Alpi: dal Piemonte alle Valli di Lanzo
Il Quattrocento: Citazioni – Dalla piana di Ciriè verso le Valli, sino al Canavese – Verso la Valle di Viù – La cappella di San Giulio a Forno di Lemie – L’oratorio della Confraternita del SS. Nome di  Gesù a Lemie – Considerazioni critiche – L’età della rinascenza fra draghi, troni sontuosi, città turrite – Riflessioni
Il Cinquecento: Esempi di pittura murale – Oldrado Perini
– CLAUDIO BERTOLOTTO, Gli affreschi della cappella di San Giulio a Forno di Lemie: il pittore e i suoi committenti. Il Maestro di Forno di Lemie.
Le armature dei santi guerrieri e la committenza dei fratelli Goffi: Le armature di san Giorgio e di san Michele Arcangelo ­– Le marche sulle armature – I fratelli Goffi e la tradizione imprenditoriale della famiglia – Flussi di persone e di manufatti metallici tra le Valli di Lanzo, la Valle di Susa e Avigliana – Le marche impresse sui prodotti delle fucine e le marche delle armature – «Amedeus Antonius et Johannes fratres filii quondam magistrij Petri Goffi»
– CLAUDIO BERTOLOTTO. L’oratorio della Confraternita del Nome di Gesù a Lemie: un ciclo di affreschi dedicato alla Vergine e un pittore senza nome.
– GIAN GIORGIO MASSARA. Un frescante nel vallone d’Ovarda.

Fruibilità:

In borgata Forno, rivolgersi alla sig.ra Tricca, tel. 0123 60233

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 2016-03-08

Allegato: la_cappella_di_san_giulio.pdf

Vedi una esaustiva galleria fotografica degli affreschi, vai a: >>>>>>>>>>>>

 

FENIS (AO), Castello – Scheda 2 – Cappella – Affreschi della scuola di Giacomo Jaquerio.

Localizzazione e recapiti:

Vedi Scheda 1

Descrizione:

Gli affreschi di Fénis sono attribuiti a Giacomo Jaquerio e al suo atelier, ma allo stato attuale è difficile stabilire con certezza se il maestro torinese sia effettivamente intervenuto a Fénis, anche se studi più recenti tendono a escludere un suo l’intervento diretto o se l’esecuzione del ciclo si debba a un atelier strettamente legato ai modelli jaqueriani.

vedi anche Scheda 1 – Cortile.

Dal cortile si accede al piano terra e poi al primo piano del castello, il cui lato nord è occupato da una lunga sala rettangolare definita cappella, uno degli ambienti più suggestivi dell’edificio. In passato la sala era probabilmente divisa in due da una grata lignea analoga a quella presente nel castello di Issogne, che separava la cappella vera e propria dal locale di rappresentanza chiamato “salle de la chapelle”.
Il lato occidentale della sala ospita un grande camino in pietra; questa parete e quelle dei lati lunghi sono decorate nella parte bassa con motivi geometrici a losanghe bicolori, simili a quelle del cortile, eseguiti durante il restauro del XX secolo sulla base di un frammento del XIV secolo rinvenuto da Alfredo d’Andrade nei pressi del camino. La stanza è arredata con una serie di mobili in stile tardogotico.
Il lato est della grande sala ospitava probabilmente la cappella privata dei signori del castello. L’inizio del locale è evidenziato da una trave che attraversa trasversalmente la grande sala rettangolare. In corrispondenza di essa si trova un pregiato crocifisso ligneo che i recenti restauri hanno permesso di attribuire alla bottega del Maestro della Madonna di Oropa, dalla quale provengono diverse sculture sacre destinate a chiese valdostane tra la fine del XIII secolo e i primi anni del XIV secolo.
Diversamente dalla decorazione geometrica del resto della stanza, le pareti laterali della cappella sono completamente affrescate con figure di santi e apostoli disposte su due file sovrapposte. Tra essi un bellissimo Arcangelo Michele che con la spada trafigge il demonio in forma di drago.
fenis mad misericordiaLa parete di fondo è divisa in due da una grande finestra ai cui lati si trovano a destra una Crocifissione e a sinistra una Madonna della Misericordia. Ai piedi della Madonna, protetti dal suo mantello, vi sono due gruppi di fedeli religiosi capitanati dal Papa (a sinistra di chi guarda) e laici (la destra) con l’Imperatore e accanto alcuni membri della famiglia Challant, come il committente delle opere Bonifacio I, in primo piano con un abito rosso tipico dell’epoca. Sono raffigurati probabilmente anche il fratello di Bonifacio Amedeo di Challant-Aymavilles e la sua giovane sposa Luisa di Miolans.
Fenis--partic mad misericordiaI recenti restauri eseguiti sugli affreschi della cappella hanno messo in evidenza alcuni dettagli che fanno pensare a una certa fretta di concludere il lavoro, come la presenza nell’affresco della Crocifissione della traccia di una figura in armatura inginocchiata, mai realizzata.

Nell’angolo sud ovest del primo piano vi è la stanza definita “poelle”, stanza riscaldata, oggi chiamata “sala del tribunale” per l’affresco raffigurante le quattro virtù cardinali: Fortezza, Prudenza, Temperanza e Giustizia, che predomina. Vi è anche lo stemma di Emanuele Filiberto I o di Carlo Emanuele I, duchi di Savoia tra il 1559 e il 1630.

Tipologia immagine: Affresco

Note storiche:
Il nucleo iniziale del castello era presumibilmente costituito da una torre quadrangolare (ora situata a fianco dell’ingresso principale) e dalle mura di cinta. Osservando le attuali mura è possibile scorgere la successiva ripresa muraria. L’unico dato certo è che nel 1242 risulta già esistente.
Secondo alcuni, anche la torre semicircolare situata sull’altro lato dell’ingresso principale appartiene alla costruzione iniziale.
La maggior parte dei lavori di costruzione, che hanno portato il castello ad assumere l’aspetto attuale, furono fatti eseguire da. Aimone di Challant che ereditò il feudo e il castello di Fénis dal nonno Ebalo Magno nel 1337. In prima campagna di lavori vennero realizzati un corpo abitativo centrale di forma pentagonale irregolare – ottenuto probabilmente inglobando edifici preesistenti – e la cinta muraria esterna. Rispetto all’aspetto attuale, mancava la torre meridionale e il cortile centrale era molto più ampio e privo dello scalone in pietra, fiancheggiato a nord e a sud da due lunghi corpi di fabbrica che terminavano contro il muro occidentale. Probabilmente non vi era il secondo piano dell’edificio.
Nuovi lavori di costruzione furono voluti da Bonifacio I di Challant, figlio di Aimone, che ereditò il castello dal padre nel 1387 per adattarlo ai nuovi standard della vita cortese. Furono riallineati i piani del corpo centrale; venne costruito un secondo piano ricavandolo dal sottotetto e un corpo di fabbrica a ovest, facendo assumere al cortile interno l’aspetto attuale, con due piani di ballatoi in legno e il grande scalone in pietra semicircolare.
Durante il feudo di Bonifacio I il castello raggiunse il suo massimo splendore e a lui si devono anche gli affreschi del cortile interno e della cappella, commissionati al pittore piemontese – o alla sua scuola – Giacomo Jaquerio, maestro del gotico internazionale, e realizzati tra il 1414/1425 e il 1430. L’incertezza sull’attribuzione si unisce a quella sulla datazione. I critici hanno notato alcuni errori e limitazioni negli affreschi della cappella e cortile interno. Ciò fa supporre che vi sia stata una certa “fretta” nella realizzazione di tali opere.
Con la morte di Bonifacio I nel 1426 iniziò una fase di declino economico per la famiglia Challant-Fénis. Il successore Bonifacio II commissionò al pittore Giacomino da Ivrea gli affreschi del lato orientale del cortile, ma non modificò la struttura del castello.
Dopo di lui, per circa duecentocinquant’anni gli unici interventi riguardarono alcuni affreschi nel cortile e in uno dei locali a sud, realizzati nel XVII secolo.
Nel 1705, il castello passò al ramo dei Challant Châtillon che nel 1716 lo dovette vendere al conte Baldassarre Saluzzo di Paesana.
Seguì un periodo di abbandono e di  passaggi di proprietà, durante il quale il maniero fu trasformato in abitazione rurale: le sale del pianterreno erano adibite a stalle, mentre il primo piano serviva da fienile.
Fu acquistato nel 1895 dallo Stato Italiano, per tramite di Alfredo d‘Andrade, che iniziò nel 1898 una campagna di restauri continuata fino al 1920 sotto la supervisione in seguito di Bertea e di Seglie. Scopo di questa campagna, anche a causa dei pochi fondi disponibili, fu soprattutto arrestare il degrado del castello, mettendo in sicurezza i muri pericolanti, rifacendo alcuni tetti, restaurando i solai e i serramenti e costruendo a est una nuova strada di accesso al castello.
Una seconda campagna di restauri ebbe luogo a partire dal 1935, a cura dell’allora Ministro dell’Educazione Nazionale Cesare Maria De Vecchi e dell’architetto Vittorio Mesturino, che vollero accentuare l’aspetto medievale del castello, compromettendo in parte la leggibilità della struttura originaria. Durante questa campagna di lavori venne ricostruita quasi interamente la prima cinta muraria e spostato l’ingresso principale, che un tempo era situato ad ovest. Si decise di allestire nel castello un museo dell’ammobiliamento valdostano, riarredando le stanze ormai prive del mobilio originale con una serie di mobili reperiti sul mercato dell’antiquariato, benché non tutti realmente di origine valdostana. Il castello, dichiarato monumento nazionale nel 1896 e ora proprietà dell’amministrazione regionale della Valle d’Aosta, che lo ha destinato a sede del museo del mobile valdostano.

Bibliografia:
– Barberi S., Il castello di Fènis, Direzione della provincia dei patrimoni culturali della Valle, Musumeci, Aosta 2007.
– Barberi, S., Castello di Fénis: catalogo degli arredi, Aosta : Editrice Tipografica Valdostana, Aosta 2003
– Bellosi L., Come un prato fiorito: studi sull’arte tardogotica, Jaka Book, Milano 2000
– Orlandoni B.; Prola D., Il castello di Fenis, Musumeci, Aosta 1982
– Zanzotto A., Chateau de Fenis, Musumeci, Aosta 1995

Url: http://www.comune.fenis.ao.it/

Note: alcune immagini da http://www.geometriefluide.com/

Fruibilità: Fruibilità: dal 1° aprile al 30 settembre aperto dalle 9.00 alle 19.00. Ingresso accompagnato.

Rilevatore: Angela Crosta, Gruppo Archeologico Torinese

Data ultima verifica sul campo: 2013-04-30

FENIS (AO): Castello – Scheda 1 – Cortile – Affreschi della scuola di Giacomo Jaquerio.

Il Castello di Fénis, situato nell’omonimo comune, è uno dei più famosi manieri medievali della Valle d’Aosta. Noto per la sua scenografica architettura, con la doppia cinta muraria merlata che racchiude l’edificio centrale e le numerose torri, il castello è una delle maggiori attrazioni turistiche della Valle.
Diversamente da altri manieri della regione, quali Verrès e Ussel, costruiti in cima a promontori rocciosi per essere meglio difendibili, il castello di Fénis si trova in un punto del tutto privo di difese naturali. Questo porta a pensare che la sua funzione fosse soprattutto di prestigiosa sede amministrativa della famiglia Challant-Fénis e che anche la doppia cinta muraria servisse soprattutto in funzione ostentativa, per intimidire e stupire la popolazione.

Descrizione:

Il mastio è racchiuso in una doppia cinta di mura con torrette di guardia collegate da un camminamento di ronda. Si accede al maniero passando attraverso una torre quadrata.
Il cortile interno, con lo scalone semicircolare e le balconate in legno, è decorato di affreschi attribuiti a Giacomo Jaquerio e al suo atelier, ma allo stato attuale è difficile stabilire con certezza se il maestro torinese sia effettivamente intervenuto a Fénis, anche se studi più recenti tendono a escludere una sua attività diretta o se l’esecuzione del ciclo si debba a un atelier strettamente legato ai modelli jaqueriani.
Centro del corpo abitativo centrale è il piccolo cortile di forma quadrangolare realizzato da Bonifacio I tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Al centro del cortile si trova un caratteristico scalone semicircolare in pietra, sulla cui sommità svetta un affresco raffigurante San Giorgio che uccide il drago, realizzato intorno al 1415 e attribuito alla bottega di Giacomo Jaquerio. Il tema di San Giorgio e il drago era molto diffuso al tempo in Valle d’Aosta, in quanto era considerato un’incarnazione dell’ideale cavalleresco. Sull’affresco si può notare il monogramma BMS, interpretato come le iniziali del committente, Bonifacium Marexallus Sabaudiae.
Il cortile, le cui pareti sono interamente affrescate da decorazioni in stile gotico internazionale, è circondato su tre lati da una doppia balconata in legno in corrispondenza dei due piani superiori. Lungo le pareti della balconata si snoda una serie di saggi, uno diverso dall’altro, che reggono pergamene riportanti proverbi e massime morali scritte in francese antico. Un tempo in corrispondenza di ognuno dei saggi era indicato il nome del personaggio raffigurato, ma la maggior parte di essi sono ormai illeggibili, tra questi saggi è raffigurato anche un personaggio in costume arabo, probabilmente per ricordare la partecipazione di Challant ad una crociata.
La parete più stretta del cortile, di fronte all’affresco di San Giorgio, fu decorata intorno al 1434 dal pittore Giacomino da Ivrea (attivo dal 1426 al 1469) su incarico di Bonifacio II di Challant, figlio di Bonifacio I, e raffigura i santi Uberto, Bernardo, un santo vescovo, Santa Apollonia e Sant’Ambrogio, un’Annunciazione e motivi vegetali.
Sotto di essi si trova un monumentale San Cristoforo, la cui attribuzione è resa difficile dai pesanti restauri subiti.
Durante il feudo di Bonifacio I il castello raggiunse il suo massimo splendore e a lui si devono anche gli affreschi del cortile interno e della cappella, commissionati al pittore piemontese – o alla sua scuola – Giacomo Jaquerio, maestro del gotico internazionale, e realizzati presumibilmente tra il 1414 e il 1420. L’incertezza sull’attribuzione si unisce a quella sulla datazione. I critici hanno notato alcuni errori e limitazioni negli affreschi della cappella e cortile interno. Ciò fa supporre che vi sia stata una certa “fretta” nella realizzazione di tali opere.
Con la morte di Bonifacio I nel 1426 iniziò una fase di declino economico per la famiglia Challant-Fénis. Il successore Bonifacio II commissionò al pittore Giacomino da Ivrea gli affreschi del lato orientale del cortile, ma non modificò la struttura del castello. Dopo di lui, per circa duecentocinquant’anni gli unici interventi riguardarono alcuni affreschi nel cortile e in uno dei locali a sud, realizzati nel XVII secolo.
Nel 1705, il castello passò al ramo dei Challant Châtillon che nel 1716 lo dovette vendere al conte Baldassarre Saluzzo di Paesana. Seguì un periodo di abbandono  e di  passaggi di proprietà, durante il quale il maniero fu trasformato in abitazione rurale: le sale del pianterreno erano adibite a stalle, mentre il primo piano serviva da fienile. Fu acquistato nel 1895 dallo Stato Italiano, per tramite di Alfredo d‘Andrade, che iniziò nel 1898 una campagna di restauri continuata fino al 1920 sotto la supervisione in seguito di Bertea e di Seglie. Scopo di questa campagna, anche a causa dei pochi fondi disponibili, fu soprattutto arrestare il degrado del castello, mettendo in sicurezza i muri pericolanti, rifacendo alcuni tetti, restaurando i solai e i serramenti e costruendo a est una nuova strada di accesso al castello.
Una seconda campagna di restauri ebbe luogo a partire dal 1935, a cura dell’allora Ministro dell’Educazione Nazionale Cesare Maria De Vecchi e dell’architetto Vittorio Mesturino, che vollero accentuare l’aspetto medievale del castello, compromettendo in parte la leggibilità della struttura originaria. Durante questa campagna di lavori  venne ricostruita quasi interamente la prima cinta muraria e spostato l’ingresso principale, che un tempo era situato ad ovest. Si decise di allestire nel castello un museo dell’ammobiliamento valdostano, riarredando le stanze ormai prive del mobilio originale con una serie di mobili reperiti sul mercato dell’antiquariato, benché non tutti realmente di origine valdostana. Il castello, dichiarato monumento nazionale nel 1896 e ora proprietà dell’amministrazione regionale della Valle d’Aosta, che lo ha destinato a sede del museo del mobile valdostano.

Cronologia: XV sec.

Note storiche:

Il nucleo iniziale del castello era presumibilmente costituito da una torre quadrangolare (ora situata a fianco dell’ingresso principale) e dalle mura di cinta. Osservando le attuali mura è possibile scorgere la successiva ripresa muraria.
Secondo alcuni, anche la torre semicircolare situata sull’altro lato dell’ingresso principale appartiene alla costruzione iniziale.
Il castello viene menzionato apertamente per la prima volta in un documento del 1242, nel quale un castrum Fenitii è indicato come proprietà del visconte di Aosta Gotofredo di Challant e dei suoi fratelli. A quel tempo il maniero probabilmente comprendeva solo la torre colombaia sul lato sud e la torre quadrata, un corpo abitativo centrale e una singola cinta muraria.
La maggior parte dei lavori di costruzione, che hanno portato il castello ad assumere l’aspetto attuale, ebbero luogo tra il 1320 e il 1420 circa.
Aimone di Challant ereditò il feudo e il castello di Fénis dal nonno Ebalo Magno nel 1337 e nel 1340 diede inizio a una prima campagna di lavori, realizzando un corpo abitativo centrale di forma pentagonale – ottenuto probabilmente inglobando edifici preesistenti – e la cinta muraria esterna.
Rispetto all’aspetto attuale, ai tempi di Aimone mancava ancora la torre meridionale e l’interno del castello era molto diverso.
Il cortile centrale era molto più ampio e privo dello scalone in pietra, fiancheggiato a nord e a sud da due lunghi corpi di fabbrica che terminavano contro il muro occidentale.
Doveva inoltre mancare completamente il secondo piano dell’edificio.
Nuovi lavori di costruzione furono voluti da Bonifacio I di Challant, figlio di Aimone, che ereditò il castello dal padre nel 1387. Dopo aver ricoperto per due anni la carica di ispettore delle fortificazioni alla corte dei Savoia, nel 1392 Bonifacio diede inizio a una nuova grande campagna di costruzioni nel maniero, in modo da adattarlo ai nuovi standard della vita cortese. Durante questa campagna edilizia furono riallineati i piani del corpo centrale e venne costruito un nuovo piano ricavandolo dal sottotetto. Fu inoltre costruito un nuovo corpo di fabbrica a ovest, facendo assumere al cortile interno l’aspetto attuale, con due piani di ballatoi in legno e il grande scalone in pietra semicircolare.
Durante il feudo di Bonifacio I il castello raggiunse il suo massimo splendore e a lui si devono anche gli affreschi del cortile interno e della cappella, commissionati al pittore piemontese Giacomo Jaquerio, maestro del gotico internazionale, e realizzati tra il 1414 e il 1430.
Con la morte di Bonifacio I nel 1426 iniziò una fase di declino economico per la famiglia Challant-Fénis, a cui corrispose un periodo di stasi edilizia per il castello.
Il successore Bonifacio II si limitò a commissionare al pittore Giacomino da Ivrea gli affreschi del lato orientale del cortile, non apportando nessuna modifica significativa alla struttura del maniero.
Dopo di lui, per circa duecentocinquant’anni non furono praticamente realizzate nuove costruzioni e gli unici interventi riguardarono alcuni affreschi nel cortile e in uno dei locali a sud, realizzati nel XVII secolo.
Nel 1705, con la morte di Antonio Gaspare Felice, ultimo esponente del ramo Challant-Fénis, il castello passò al cugino Giorgio Francesco di Challant Châtillon, il quale nel 1716 dovette venderlo per 90 000 lire al conte Baldassarre Saluzzo di Paesana per fare fronte agli ingenti debiti.
Iniziò quindi per il castello un periodo di vera decadenza e di successivi passaggi di proprietà. Esso rimase di proprietà dei Saluzzo di Paesana fino al 1798, quando venne venduto a Pietro Gaspare Ansermin, la cui famiglia lo conservò fino al 1863 per poi rivenderlo a Michele Baldassarre Rosset di Quart.
Nel frattempo l’edificio era stato abbandonato, spogliato del mobilio e utilizzato come casa colonica, fienile e ricovero per animali.

Bibliografia:

– Barberi S., Il castello di Fènis, Direzione della provincia dei patrimoni culturali della Valle, Musumeci, Aosta 2007.
– Barberi, S., Castello di Fénis : catalogo degli arredi, Aosta : Editrice Tipografica Valdostana, Aosta 2003
– Bellosi L., Come un prato fiorito: studi sull’arte tardogotica, Jaka Book, Milano 2000
– Orlandoni B.; Prola D., Il castello di Fenis, Musumeci, Aosta 1982;
– Zanzotto A., Chateau de Fenis, Musumeci, Aosta 1995.

Url: http://www.comune.fenis.ao.it/

Note:

Immagini dal sito del Comune di Fenis e da http://www.geometriefluide.com/

Fruibilità:
Dal 1° aprile al 30 settembre aperto dalle 9.00 alle 19.00. Ingresso accompagnato.

Rilevatore: Angela Crosta, G.A. Torinese

Data ultima verifica sul campo: 2013-04-15T

MARENTINO (TO): Chiesa cimiteriale di Santa Maria “dei morti” con opere di G. Fantini (influsso jaqueriano).

La chiesa è situata all’interno del cimitero di Marentino dove si arriva da Torino con la statale 10 per Chieri, quindi per Andezeno, dove si devia a nord per Marentino/Sciolze.

Descrizione:

Costruita nel XII secolo, già chiesa plebana di Marentino, posta all’interno del nucleo abitato, quando la popolazione si spostò verso l’attuale centro storico del paese, probabilmente in seguito alla costruzione di un ricetto, subì la sorte di altre pievi (Buttigliera, Pecetto, Andezeno): perse via via di importanza, assumendo poi la funzione di cappella cimiteriale.

Tipologia immagine: Affresco

Note storiche:
Un intervento di restauro risalente al secondo dopoguerra ha cancellato tutte le sovrastrutture barocche, conservando di queste solo le volte interne in sostituzione del tetto originario con orditura a vista. Attualmente il soffitto è ligneo.
La chiesa si presenta oggi qual era nel XII secolo quando fu costruita o al massimo nel XV quando fu affrescata.
Presenta nell’abside affreschi opera del pittore chierese Guglielmetto Fantini (attivo sicuramente dal 1435 al 1450, autore del ciclo del battistero di Chieri e di parte della decorazione della chiesa di San Sebastiano a Pecetto) e altri di un ignoto pittore di qualità inferiore. Entrambi mostrano influssi jaqueriani.
Il breve ciclo del Fantini è accompagnato da una iscrizione, solo parzialmente leggibile, da cui risultano la data dell’ottobre 1450 e il nome del committente “presbiter Martinus de Panicis de Corteliano” (Bertello-Fioretti, 1977, con trascrizione imprecisa della scritta).
Il Fantini aveva assunto un ruolo di protagonista nella pittura del Piemonte occidentale, quando ancora era vivo Giacomo Jaquerio, da cui ereditò gli aspetti caricati e teatrali della fase più tarda (Jaquerio è documentato a Chieri nel 1428). Il riferimento jaqueriano non è però unico nella formazione del Fantini e più di uno studioso ha sottolineato alcuni caratteri, soprattutto di cupa gamma cromatica, di insistito chiaroscuro e di ornato prezioso (per le parti messe a oro) che richiamano la contemporanea pittura della costa tirrenica (da Napoli a Pisa, a Genova, a Barcellona).
La Chiesa di Santa Maria dei Morti, monumento nazionale, è stata oggetto di tre diversi interventi di restauro nel decennio, l’ultimo e più importante di questi si è concluso nel 2011 ed ha visto riaffiorare la bellezza originaria della Chiesa sia al suo interno che al suo esterno; in particolare il recente restauro degli affreschi ha eliminato i rifacimenti attuati negli anni ’50 del secolo scorso.

L’edificio è a pianta rettangolare di modeste dimensioni (internamente dodici metri per sei) chiusa da un’abside semicircolare. La struttura muraria presenta mattoni alternati con conci di arenaria senza una trama precisa. La facciata con il tetto a doppio spiovente, segnato da una cornice di archetti intrecciati, è caratterizzata da un corpo centrale avanzato coperto da un tettuccio che, sotto un arco a tutto sesto in conci di arenaria alternati con gruppi di tre mattoni, racchiude il portale sormontato da una lunetta. Tra l’arco e la lunetta un anello in arenaria poggia su due capitelli. Gli elementi in arenaria mostrano tracce di una decorazione con un motivo ad intreccio. Frammenti di decorazioni sono conservati all’interno sul muro di controfacciata. L’abside presenta tre feritoie e quattro colonnine con capitello. Sul fianco destro e sull’abside labili tracce di piccole sculture antropomorfe.
L’interno si presenta spoglio con muratura a vista. Sulla parete destra una lunetta con decorazioni di arenaria dell’ingresso ora tamponato.
Gli affreschi presentano, nel cilindro absidale, lacunoso nella parte inferiore, figure di Santi: da sinistra san Cristoforo che regge il Bambino sulle spalle; un santo pellegrino con bastone e conchiglia sul cappello, probabilmente san Giacomo; una scritta sotto la monofora e san Sebastiano trafitto dalle frecce; al centro una Madonna del latte racchiusa da una cornice. Seguono sulla destra altri tre santi, solo quello centrale è identificato da una scritta: san Valeriano.
Il catino absidale, racchiuso da una ricca cornice geometrica, reca una Pietà o Compianto sul Cristo morto, con una Madonna che regge in grembo il corpo del Figlio. A sinistra santo Stefano e, a destra, santa Lucia su uno sfondo a elementi decorativi geometrici; ai lati rocce nude e in alto una croce che sfrutta la concavità della volta. Si crea così una scenografia di effetto.
La critica ritiene opera del Fantini la Pietà, i due Santi a sinsitra e a destra san Valeriano. Invece, per la minore qualità pittorica sono opera di un altro artista la Madonna del latte e i due santi a destra.

Bibliografia:

 – VANETTI G., 1984, Chieri ed il suo territorio, Edizioni Corriere, 1995;
Le chiese romaniche delle campagne astigiane, a cura di Liliana Pittarello, Asti, pp. 38-41;
– ROMANO G., 1988, Momenti del Quattrocento chierese, in DI MACCO M.;ROMANO G., Arte del Quattrocento a Chieri.

Email: http://www.comune.marentino.to.it

Note: Vedi anche su www.archeocarta.it, alla pagina vai >>>

Fruibilità:
L’esterno è visibile negli orari di apertura del cimitero.
Per l’interno informazioni presso comune di Marentino (Tel.: 0119435000) o Parrocchia 0119435244

Rilevatore: Angela Crosta, Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

Data ultima verifica sul campo: 2013-04-14

Allegato: guglielmo-fantini-–treccani.pdf

PIANEZZA (TO): Cappella della Madonna della Stella.

Sorge a poco più di mezzo chilometro dal vecchio Borgo di Pianezza, in via Via Ducale, in posizione poco più elevata sul piano circostante.
Fino a pochi decenni fa era in piena campagna, ben visibile a distanza, ora è circondata da edifici.
Da via Susa, svoltare a destra in via Madonna della Stella.

All’esterno, sul lato destro, rimangono archetti sotto il tetto in corrispondenza del presbiterio e denotano traccia della costruzione più antica.
Un grande affresco raffigura san Cristoforo che porta sulle spalle Gesù Bambino che regge in mano una sfera che rappresenta il mondo e su cui è dipinto un paesaggio marino.
A lato, verso l’ingresso, la figura di un altro santo protettore: sant’Antonio Abate.

Gli AFFRESCHI all’interno della cappella sono di autori ignoti e di scuola non più completamente gotica: i fondi neutri sono ravvivati da paesaggi. Le pitture sono tutte nella parte più antica dell’edificio, il presbiterio, ad eccezione della figura di san Lorenzo sulla parete destra, datato 1480.
Le scene rappresentano episodi della vita della Vergine. Sull’arco trionfale l‘Annunciazione; nel sottarco 10 busti di profeti, ma essendo i cartigli illeggibili, non identificabili, tranne Esra.
La parete sinistra del presbiterio è divisa in quattro scene da una decorazione, purtroppo mutilata nella parte inferiore dalla apertura di una porta. Rappresenta l’annuncio dell’angelo a san Gioacchino, l’incontro tra sant’Anna e san Gioacchino; in basso la nascita della Vergine con sant’Anna in un letto dipinto con precisi particolari, manca il resto della scena con la neonata, a destra Maria che viene condotta al Tempio.
La parete dell’altare fu ridipinta con un un decoro a graticcio di gusto barocco, coprendo gli affreschi antichi, forse la nascita di Gesù.
Sulla parete destra, in quattro scene, l’episodio di Gesù con i dottori nel tempio. In alto a sinistra Maria, Giuseppe e Gesù che vanno a Gerusalemme con un asino e il Bambino è raffigurato sullo spigolo, solo con una gamba. Curiosamente nello strombo della finestra è dipinto Gesù come un ragazzino che attraversa un ponticello, solo nella campagna. A destra vi sono solo i due genitori e l’asino. In basso Maria e Giuseppe cercano il figlio tra architetture elaborate che rappresentano la città; a destra Maria e Giuseppe trovano Gesù che sta discutendo con i dottori nel Tempio.
Le quattro vele della volta raffigurano ciascuna due episodi della vita di Maria, tratte dai Vangeli apocrifi. Di fronte all’altare, sopra lo stemma dei Provana, un scena probabilmente simbolica: Gesù, con al seguito gli Apostoli, annuncia a Maria che è la Mater ecclesiae, un angelo annuncia a Maria che è in procinto di morire; a sinistra Maria riunisce gli Apostoli per comunicare la notizia; Maria morta distesa su un letto; nella vela sopra l’altare il catafalco di Maria e a destra mentre lo stanno ponendo nel sepolcro: un soldato vorrebbe rovesciarlo, ma gli si seccano le mani; nella vela a destra l’apostolo Tommaso vede l’assunzione di Maria e Le dice che nessuno gli crederà, allora la Vergine gli consegna come prova la sua cintura, a destra gli altri apostoli guardano il sepolcro vuoto e Tommaso con la cintura in mano.

Periodo artistico: La località ha una denominazione antica: Lessano, già testimoniata nel 1025. Nostra signora di Lessano era il nome antico della Cappella.
È presumibile che fosse la chiesa di un insediamento altomedievale, abbandonato quando, per necessità di difesa, gli abitanti si aggregarono alla vicina Pianezza. Nella circostante area cimiteriale sono stati ritrovati laterizi di epoca romano-altomedievale.
Posta su una diramazione della Via Francigena, quella che dalle vallate alpine e dalla Lombardia permetteva di evitare la sosta a Torino, assunse l’attuale denominazione nel XVII secolo. Un’ipotesi, ma molto incerta, è che si riferisca ai pellegrinaggi diretti al Campo della Stella (Compostella) ove è la tomba di San Giacomo Apostolo.
Come Druento, Rivoli, Celle, anche Pianezza ebbe luogo di sosta e di preghiera dedicato alla Madonna della Stella.
L’attuale costruzione fu elevata, forse in due tempi, nel corso del 1400. Prima il Presbiterio a volta, poi il corpo della chiesa, di maggiore larghezza, con il soffitto a capriate, ora coperto da cassettoni.
Il presbiterio è ricoperto da affreschi della seconda metà del Quattrocento, di un ignoto pittore di scuola jaqueriana, ma che risente di influenze rinascimentali. L’opera è stata restaurata nel 1997.
Il campanile fu elevato nel corso del 1700. Per un voto, a partire dal 1714 la festa viene celebrata il 12 Settembre.

Cronologia: XV sec.

Note storiche:
La data di costruzione è incerta; secondo il Cibrario fu costruita nel 1476, ma sulla parete esterna c’è scritto “1472”; nell’affresco di San Lorenzo (parete destra della navata) c’è un cartiglio con data “13 maggio 1480”.

La chiesa ha un porticato davanti all’ingresso, era un riparo per i fedeli ed i pellegrini; una navata; il presbiterio, che è la parte più antica; ha anche una casa di civile abitazione, che un tempo era la casa del Romito, che ospitava anche pellegrini.

Note: Per ulteriori informazioni, vedi: http://www.comune.pianezza.to.it
http://www.archeocarta.it/pages/page.asp?c=document&id=266&p=TO

Fruibilità:
Aperta in occasione delle giornate “Pianezza a porte aperte”, l’ultima domenica di Maggio, e su richiesta, rivolgendosi al Comune, tel. 011.9670000

Rilevatore: Angela Crosta, Gruppo Archeologico Torinese

Data ultima verifica sul campo: 2013-04-07T00:00:00

MANTA (Cn). Santa Maria del Monastero. Affreschi del periodo jaqueriano.

Fu il primo luogo di culto di Manta ed è uno dei più antichi monumenti cristiani del Piemonte sud-occidentale. La conformazione muraria, la tipologia delle absidi connesse a spigolo vivo, la struttura di una coppia di archetti binati che le decora, la conformazione dei pilastri interni consentono di collocare la costruzione negli ultimi decenni dell’XI secolo. La sua presenza è però accertata per la prima volta in due atti di donazione del 1175 e del 1182, in cui compare come testimone un certo “Aimo presbiter” o “Prior de Manta”.

Descrizione:
Le sue origini appaiono legate all’Abbazia di Pedona, oggi Borgo San Dalmazzo, che vantava numerose fondazioni religiose nel cuneese e nel saluzzese. Venne edificata con annesso un convento di monaci benedettini (da qui il nome di S. Maria del Monastero) come descritto in una bolla papale del 1216, che la classifica appartenente alla diocesi di Torino.
La chiesa conobbe alterne vicende di splendore e di rovina, con passaggi dalla diocesi di Torino a quella di Asti, poi di Mondovì ed ancora di Torino. Infine nel 1483 venne aggregata alla Collegiata di Saluzzo e nel 1511 entrò a far parte della diocesi di Saluzzo, accordata da Giulio II su supplica di Margherita di Foix.
Il monastero fu distrutto per lasciare posto ad una fornace di mattoni, da molto tempo anch’essa scomparsa. Già a partire dal 1575, in documenti ecclesiastici, non si trovano più riferimenti alla comunità monastica.
Nel XV secolo assunse il ruolo di cappella cimiteriale per le “famiglie cospicue“ del paese. A tal fine venne sopraelevato di circa 90 cm. il livello della pavimentazione originale.
Conservò questa funzione per secoli. Porta la data del 1539 l’iscrizione che ricorda la sepoltura di Francesco Franchi. Purtroppo sono andate perse le altre lapidi funerarie, sostituite durante il restauro del pavimento (anni ‘90) con lastre in pietra.
Fu frequentata fino al 1673, quando si aprì al culto l’attuale parrocchia di Santa Maria degli Angeli, dalle genti di pianura, mentre la popolazione della collina usava raccogliersi nella parrocchiale annessa al castello.
Nel corso dei secoli, come testimoniano le relazioni di visite pastorali, venne assai trascurata. Solo nella seconda metà del 1700 si verificò un rinnovato interesse per la chiesa, che si concretizzò con il rifacimento della facciata, la costruzione del campanile, la copertura dell’abside centrale con una volta a spicchi, con la posa dell’altare che è un classico esempio del barocco saluzzese di quell’epoca.
Nell’800 non venne praticamente più usata e subì un grave progressivo degrado.
Nel corso della seconda guerra mondiale venne utilizzata come comando militare di artiglieria alpina e poi come presidio di truppe tedesche, infine come deposito e magazzino. In quegli anni si verificarono gravi danni alle pitture parietali.
Fu soltanto a partire dagli anni 1970 che ebbero inizio gli interventi di conservazione con un primo restauro degli affreschi, staccati per essere poi conservati, parte in Casa Cavassa di Saluzzo, parte alla Galleria Sabauda di Torino, sino al 2001.
Nel 1986 venne completamente rifatta la copertura lignea a capriate, poi si procedette al risanamento dell’abside centrale, alla sostituzione dei serramenti ed al rifacimento del pavimento, oltre che ad un importante lavoro per ovviare all’infiltrazione di umidità sul lato nord.
Un’importante serie di lavori ha interessato nel 2006 e 2007 sia l’esterno che l’interno dell’edificio. Al suo interno sono stati ricollocati nella navatella destra, loro luogo di origine, gli affreschi strappati nel 1979. Anche l’abside centrale ed il relativo altare sono stati ripuliti e ricolorati, ripristinando l’effetto “trompe l’oeil” molto gradevole ed efficace.
Esternamente i lavori hanno riguardato il risanamento del lato nord mediante raccordo delle gronde al rio S. Brigida e ripristini della canalizzazione dello stesso rio a monte della chiesa e lungo tutto il fianco.

Tipologia immagine: Affresco

Periodo artistico: L’anonimo artista che realizzo’ le opere, verosimilmente intorno agli anni 30 del 1400 con la collaborazione della sua bottega, riflette l’influenza stilistica del maestro attivo presso la sala baronale del castello (anni 20), mostrando di saper coniugare l’espressionismo tipico dello Jaquerio con un gusto raffinato e cortese tipico del gotico internazionale.
Queste caratteristiche inseriscono il pittore di Santa Maria del Monastero in un filone di produzione artistica assai diffuso in zona e che vede altri eccellenti esempi nella chiesa dell’antica parrocchiale di Manta (annessa al castello), nella chiesa della S. Trinità presso Scarnafigi e nella cappella dei Santi Crispino e Crispiniano della chiesa di San Giovanni a Saluzzo.
Gli ultimi studiosi parlano dell’autore di questi affreschi come di un non meglio precisato “maestro della Manta”, il quale avrebbe operato con le sue maestranze nei cicli pittorici presenti nella sala baronale del castello, oltre che nella antica chiesa castellana.
Il pittore si rivela in questo ciclo prezioso nelle policromie, un attento disegnatore, abile nel chiaroscuro e nella riproduzione dettagliata dei panneggi delle vesti fatte di tessuti scelti con cura. I personaggi sono caratterizzati nelle espressioni dei volti dall’incarnato chiaro con tratti delicati, che ritraggono sottili sopracciglia e piccole bocche.
Molta attenzione è rivolta ai dati di natura, in particolare nei prati fioriti e negli alberi frondosi.
Gli affreschi che si trovano ora appoggiati alla parete della navatella destra: San Nicola con il bastone e la mitra in quanto vescovo, con in mano tre monete d’oro che regalò in dote a tre giovani poverissime. San Leone Papa con il triregno, patrono di Manta.
La deposizione di Cristo nel sepolcro: sul fondo blu si stagliano le rocce grigie del Golgota su cui si erge la croce; in primo piano è il sepolcro in pietra semplice e squadrato, in cui viene adagiato Gesù. Due personaggi gli sono accanto: Giuseppe d’Arimatea con una folta barba grigia ed un cappello a cono arrotondato, e Nicodemo con il volto quasi illeggibile ormai, caratteristico per il copricapo a larga tesa. In basso la Maddalena dai lunghi capelli biondi protesa a baciare la mano del Cristo. In secondo piano due pie donne e Maria, figura altamente patetica, al centro della composizione, avvolta in un fluente manto blu. Ha il volto contratto dal dolore, le guance segnate da vistose lacrime. Sulla destra, S. Giovanni, solo in parte visibile.
San Biagio. Ritratto con la mitra perché era vescovo di Sebaste (nome di alcune città dell’oriente fondate in onore di Augusto, infatti è l’equivalente del latino Augustus; nome dato, ad esempio, all’antica Samaria in Giudea). Tiene in mano il pettine dei cardatori di lana, strumento del suo martiri.
L’Annunciazione: in mandorla, al centro, Dio Padre, il Bambino con la croce in spalla, a sinistra un angelo vestito di rosso con ali molto frastagliate e le penne segnate una ad una, con in mano un cartiglio illeggibile. A destra la Madonna, con la colomba dello Spirito Santo che le sfiora la fronte, inginocchiata davanti al Vangelo aperto alla pagina su cui sta scritto “Ecce Ancilla Domini, fiat mihi….”. Dietro a lei un trono in legno, con bifore gotiche sullo schienale. Da evidenziare l’espressione dolcissima del suo volto e la finezza dei tratti.
Nel semicatino la Santa Trinità in mandorla con angeli che le fanno corona. Molto belli nella raffigurazione pittorica e con i colori molto ben conservati. Purtroppo la scena è in gran parte andata persa.
Ai due pilastri del lato sud sono appoggiati:
San Giacomo di Galizia: con la tunica bianca e il manto rosso con ampie pieghe e volute, cappello a larghe falde, bastone bisaccia e borraccia che rappresentano la sua condizione di pellegrino.
San Benedetto: senza barba, indossa il saio nero dell’ordine da lui fondato. Ha in mano un libro e il pastorale vescovile, seppure non sia nemmeno certo che fosse sacerdote.
Uno stemma: su sfondo bianco una pianticella verde sradicata, con piccole foglioline, e una banda rossa che attraversa il tutto. L’ipotesi più verosimile è che si tratti dell’insegna della famiglia Urtica di Verzuolo, vassalli dei marchesi, forse i committenti di questi affreschi.
Riveste grande interesse il Giudizio Universale, l’affresco più vasto presente nella chiesa, che domina la parete sud per tutta la sua altezza, oggetto di un restauro conservativo e fissativo nel 1995.
Cristo giudice si trova al centro della mandorla sostenuta da sei angeli. La sua figura maestosa è avvolta in un ampio manto rosso, morbidamente panneggiato; l’espressione del volto è irata con gli angoli della bocca rivolti verso il basso. Alla destra e alla sinistra del Cristo giudicante si snodano due cartigli, l’uno con la scritta “Venite benedicti posidete regnum qui paratum est vobis” e l’altro “Ite maledicti in ignem eternum qui paratum est vobis”. Ai lati sono la Madonna, inginocchiata e con le mani giunte in atto di preghiera e San Giovanni, con i riccioli scompigliati, la barba e i baffi incolti; in alto due coppie di angeli portano gli strumenti della Passione. Nella zona inferiore si trova la raffigurazione della città celeste con San Pietro che accoglie le anime dei salvati sulla porta di un edificio gotico. Solo poche tracce rimangono del regno degli inferi: la scena risulta deturpata da un’apertura ad arco successiva ai dipinti. Si possono osservare ancora parte delle ali di due diavoli e una coppia di dannati che invocano il perdono.
Lungo la parete sono altre scene. Una, poco leggibile e di difficile interpretazione rappresenta probabilmente un episodio della vita di un santo (martirio di San Pietro martire ?), l’altra il martirio di San Sebastiano: la figura del santo e del suo persecutore sono bianche e i tratti dei volti cancellati; si è conservato il colore rosso della veste dell’arciere e del suo curioso cappello a punta.
Un successivo riquadro ritrae San Fabiano, Sant’Antonio abate e ancora un San Sebastiano rappresentato questa volta nelle vesti di un nobile cavaliere.
Nell’absidiola del lato nord troviamo un’Annunciazione molto simile a quella che si trova nel santuario di San Leone sulla collina di Manta, datata 1422.
Sulla parete a sinistra San Benedetto e San Bernardino da Siena (1380-1444). Quest’ultimo figura rappresentativa dello spirito di religiosità attiva e operante che percorse gli ordini religiosi nella prima metà del secolo quindicesimo. Aderì al francescanesimo. Si distinse come uno dei maggiori predicatori della sua epoca, la cui parola ebbe una forte incidenza non solo sul sentimento religioso e sul costume di grandi masse, ma intervenne anche come autorità in questioni sociali e politiche. Fu dedito alla riforma spirituale organizzativa del suo ordine. Fu scrittore latino in trattazioni e controversie di carattere dottrinario. Fu canonizzato nel 1450 da Papa Niccolò V: Proclamato patrono dei pubblicitari da Pio XII nel 1956.
I tre cappelli vescovili ai suoi piedi indicano la rinuncia ai tre vescovati che gli erano stati offerti.
Tranne quelli della parete sud, tutti gli altri affreschi sono stati oggetto di pulitura e restauro nei primi mesi del 2007.

Fonte: http://www.comunemanta.it

Cronologia: XIV sec.

Note storiche:

L’edificio ha oggi solo in parte conservato il suo aspetto originario.
La facciata a capanna, rifatta nel 1760, è segnata da 4 lesene che la dividono in 3 parti corrispondenti alle navate interne e presenta una cornice orizzontale a 6 aperture di varia foggia.
L’interno si presenta nella forma classica della basilica romanica a tre navate, spartite da quattro pilastri, coperte da armatura lignea e chiuse con absidi semicircolari. L’abside maggiore è illuminata da una coppia di monofore, ha il semicatino celato da una volta a spicchi settecentesca; le absidi laterali presentano ancora invece il semicatino originario. Gli scavi del 1995 hanno portato alla luce sul fronte di un altare trecentesco una splendida veronica, sovrastata dai volti della Vergine, di San Pietro e di San Paolo molto ben conservati.
L’orientamento canonico del lato presbiteriale, da nord a sud, è rispettato, con una sensibile pendenza verso sud. Al livello dei muri perimetrali, tra il fianco settentrionale e quello meridionale dell’edificio, si registra una differenza di quota di ben 130 centimetri.

Gli affreschi:
Fanno parte del fervente periodo del Quattrocento pittorico del saluzzese. Sono oggetto di studi di numerosi esperti già fin dagli anni 50. Strappati in parte nel 1979, per un’importante rassegna torinese dedicata a “Giacomo Jaquerio ed al gotico internazionale“, furono poi esposti al museo civico Casa Cavassa di Saluzzo per oltre 20 anni. Altri furono conservati alla Galleria Sabauda di Torino dalla quale vennero restituiti nel 2004, quando l’edificio era stato riportato ad un discreto grado di manutenzione rispetto al gravissimo stato di degrado riscontrato negli anni del dopoguerra.
Nell’anno 2007, dopo un delicato e lungo lavoro di preparazione muraria, sono stati ricollocati nel loro luogo d’origine quelli strappati dalla navatella destra.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 2013-02-26

AVIGLIANA (To). Santuario della Madonna dei Laghi, Pilone con affresco Madonna che allatta il Bambino.

Il Santuario si trova sulla strada provinciale 589, nel tratto che percorre la sponda orientale del lago Grande di Avigliana; deve la sua origine alla devozione per l’immagine della Madonna del Latte, affrescata su un pilone edificato nel luogo dove ora sorge il santuario. Quest’opera viene accostata da alcuni critici, sia pure timidamente, alla cultura artistica di Giacomo Jaquerio.

Tipologia immagine: Affresco

Periodo artistico:  – da Cesare A. Ponti, Vecchia Avigliana – Storia dalle origini alla fine del XIX sec., Susalibri, 2011
“Dietro l’altare, sull’originario pilone al centro del coro, si trova l’antico affresco della Madonna che allatta il Bambino: quest’opera viene accostata da alcuni critici, alla cultura artistica di Giacomo Jaquerio, pittore di notevoli capacità che tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 operò anche nelle vicinanze di Avigliana, più precisamente a Pianezza ed a Sant’Antonio di Ranverso.
Nel 1760, per conservare la memoria di questa primitiva immagine, i Padri Cappuccini la fecero riprodurre dal Bolteman sulla facciata opposta del vecchio pilone.”

– da Natale Maffioli, Il Santuario della Madonna dei Laghi di Avigliana, Avigliana 2011.
“L’immagine di Avigliana è altamente coinvolgente: seduta su un seggio coronato da cuspidi con piccoli stendardi, Maria, dopo essersi slacciata la veste, porge il seno al piccolo Gesù, entrambi guardano il fedele che si sofferma in preghiera. Le vesti sono semplici: una tunica rossa e un manto nero foderato di bianco per la Madre e una vestina verde per il piccolo Gesù; alcune finezze sottolineano la cura con cui le figure sono state realizzate: le aureole, il colletto dell’abito del piccolo Gesù, il bordo della veste e la cintura della Madonna sono decorati con bottoni in pastiglia, forse un tempo dorata.
Il pilone fu fatto segno di attenzione e di devozione, ma, stando a quanto scrive lo storico del santuario il padre Placido Bacco da Giaveno, nel 1447, per ordine di Ludovico di Savoia (1413-1465), fu rinnovato e l’immagine, forse corrosa dagli agenti atmosferici, fu ridipinta secondo il gusto del tempo, ed è quella che vediamo ancor oggi…
L’immagine del pilone può essere considerata come un prodotto tipico della cultura figurativa denominata gotico internazionale. Avigliana non è distante dall’asse che congiunge Sant’Antonio di Ranverso a Pianezza teatro delle imprese di Giacomo Jaquerio (1375 c. – Torino, 1453), uno dei più significativi pittori che operarono al di qua delle Alpi Occidentali nei primi decenni del Quattrocento. Le immagini che popolano il presbiterio e la sacrestia della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso e quelle che animano l’abside maggiore della Pieve di San Pietro a Pianezza testimoniano un gusto che fu anche del pittore del pilone di Avigliana.”

Cronologia: XV sec.

Note storiche:
Nel 1760, per conservare la memoria di questa primitiva immagine, i Padri Cappuccini, la fecero riprodurre dal Boltenan sulla facciata opposta del vecchio pilone (Cesare A. Ponti, Vecchia Avigliana, Storia dalle origini alla fine del XIX sec., Susalibri 2011 – vedi sotto).
All’immagine si rivolgevano le donne incinte o che allattavano, e quelle che desideravano avere figli; fra queste, secondo la tradizione, anche Bona di Borbone, moglie di Amedeo VI, il Conte Verde, che divenne madre nel 1360 di Amedeo VII, il futuro Conte Rosso.
Verso la fine del Trecento attorno al pilone si eresse un sacello; nel 1622 iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa, che dell’edificio originario conservò solamente il presbiterio con l’antico pilone, e fu consacrata nel 1643.
La struttura è a pianta centrale, con il vano principale, di forma ovale, su cui si aprono due cappelle laterali e il presbiterio, a sua volta affiancato da due ambienti; dietro il presbiterio fu edificato il coro, al centro del quale, nel 1912, si costruì un nuovo pilone in sostituzione di quello antico.
La facciata è preceduta da un pronao con quattro colonne; il timpano e l’arco trionfale sono affrescati.
Il campanile, a base triangolare, nel 1765 sostituì quello precedente, demolito perché pericolante.
Negli anni venti del Seicento il Santuario, precedentemente affidato agli agostiniani, passò ai cappuccini; attualmente è retto dai salesiani.
Dai Savoia nel corso del tempo il Santuario fu progressivamente arricchito con le donazioni di pregevoli opere d’arte, tra cui si possono ricordare alcune tele: S. Michele Arcangelo di Antonio Maria Viani, S. Maurizio Martire di Guido Reni, la copia di un’opera di Caravaggio, la Madonna dei Pellegrini, e rappresentazioni di Santi francescani.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 2012-11-18