VALPERGA (To). Chiesa di San Giorgio, con affreschi della scuola di Giacomo Jaquerio.

La Chiesa di San Giorgio è uno dei monumenti medievali più importanti dell’Alto Canavese. Le parti più antiche della Chiesa ed il campanile risalgono al XI secolo, e sono quindi coeve del Castello, al quale la Chiesa è adiacente.
La Chiesa subì successivi ampliamenti, il più importante dei quali risale al XV secolo. Per dar lustro alla propria casata e manifestare la propria potenza e ricchezza, i Conti di Valperga fecero affrescare la parte quattrocentesca della Chiesa; vi lavorarono vari Maestri, ma solo di uno di essi (Pietro de Scotis, che operò nella seconda metà del Quattrocento) si hanno testimonianze; in vari affreschi comunque si riconosce la scuola di un altro grande pittore dell’epoca, Giacomo Jacquerio (che operò in quel periodo nella Chiesa di Sant’Antonio di Ranverso).
La particolarità che rende la Chiesa di San Giorgio quasi unica nel suo genere è che gli affreschi ricoprivano sia le pareti interne sia quelle esterne. Tali affreschi, insieme con le decorazioni in cotto delle finestre, rappresentano gli elementi di maggiore rilevanza artistica di tutto il monumento.
La pestilenza del ‘600 indusse ad utilizzare la chiesa quale ospedale o lazzaretto, e per motivi igienici le pareti vennero completamente ricoperte di calce, cosicchè gli affreschi interni scomparvero alla vista e ben presto se ne perse addirittura la memoria.
Solo intorno al 1930 vennero effettuati studi e rilievi sul monumento e vennero riportati alla luce gli affreschi interni che vennero sottoposti ad un primo intervento di restauro.
L’importanza dei cicli pittorici rappresentati negli affreschi interni appena ritrovati fu riconosciuta dagli esperti dell’epoca, ma gli eventi bellici, la carenza di fondi ed una generale scarsa attenzione alla conservazione delle cose del passato non consentirono interventi più efficaci.
La Chiesa ed i tesori d’arte in essa custoditi ripiombarono in uno stato di quasi totale abbandono: infiltrazioni di acque piovane misero in pericolo gli affreschi.
Gli affreschi esterni, esposti alle intemperie ed agli inquinanti, andarono perduti, tranne uno che, in occasione di uno degli ampliamenti, venne incorporato nella cosiddetta “Sacrestia Nuova” ed è ancora oggi visibile in tutto il suo splendore. Degli altri rimangono le copie che il D’Andrade provvide a collocare all’esterno della Chiesa del Borgo Medioevale di Torino.

Info:
Via Alessandro Volta
https://comune.valperga.to.it/

Vedi anche: http://www.amicisangiorgiovalperga.it

TORRE CANAVESE (T0). Chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista, con affreschi di scuola jaqueriana.

Il paese è citato per la prima volta in un documento del secolo XI dove compare col nome di Turre Canepitii; a quel tempo esso già apparteneva al feudo dei conti di San Martino.
L’attuale parrocchiale di Torre Canavese è dedicata a San Giovanni Evangelista e fu costruita nei primi decenni del Cinquecento su una cappella preesistente intitolata alla Madonna delle Grazie e di proprietà della famiglia Antonioni-Stria, eretta nel 1425: essa comprendeva unicamente la navata di sinistra, ancora oggi più larga dell’altra.
Nel corso di restauri nel 2007 sono emersi affreschi quattrocenteschi (che presentano somiglianze stilistiche con quelli scoperti nel 2008 a Issiglio).
Un diretto riferimento stilistico è quello con l’ancor inedito ciclo scoperto nel 2008 nella chiesa di San Pietro di Issiglio. Le connessioni con quegli affreschi, d’impronta jaqueriana per il dinamismo del segno gotico, gli stretti richiami tipologici ed il carattere di tutto l’apparato decorativo, sono evidenti.
I volti delle due Vergini della Misericordia recano tali somiglianze tra loro, nella tipologia dei capelli e dell’aureola, negli occhi chiari, nell’arco sopracciliare dì tesa convessità, non meno che nella forma del naso e delle labbra, da recare il sigillo, se non del medesimo maestro, certo della medesima bottega; il gesto delle braccia tese mostra lo stesso schema. Anche i due volti sbarazzini, a Torre, dell’angelo reggi mantello sulla destra dell’immagine e ad Issiglio del Bambino ripetono, a un dipresso, la medesima tipologia.
Per quanto possa sembrare singolare, un maestro di notevole livello artistico, al lavoro nei cantieri canavesani, e rimasto per secoli nell’ombra, si svela improvvisamente, forse per ben due volte, a distanza di meno d’un anno, in due centri vicini (Torre ed Issiglio): ce n’è abbastanza per ripensare l’intera storia artistica della zona.
Il maestro di Issiglio (e probabilmente di Torre) ha una sua maniera di sintetizzare in un’unica scena soggetti e significati diversi, giungendo ad iconografie insolite.
Anche il mantello della Vergine della Misericordia di Torre, che anche i santi Giacomo e Antonio Abate contribuiscono a sostenere, non è certo particolare iconografico così scontato.
Il ciclo di Torre, insieme a quello di Issiglio, introduce nel Canavese un’impronta in relazione con quella che osserviamo per solito negli affreschi della parte meridionale della provincia torinese, in zona Acaia, o anche in Val di Susa, ma che comunque costituisce, rispetto ad un avamposto come Fénis, un prezioso tassello territoriale interno, utile alla ricostruzione della cultura del Ducato Sabaudo a completamento di quell’atlante del Quattrocento nelle Alpi Occidentali, condotto per cicli omogenei, che negli ultimi anni è già stato foriero di notevoli soddisfazioni.

Info:
Comune, tel. 0124 501070. Parrocchia, Piazza della Chiesa, tel. 0124 428682

Fonti:
https://archeocarta.org/torre-canavese-to-torre-ricetto-chiesa-san-giovanni-evangelista/
https://www.comune.torrecanavese.to.it/vivere_il_comune/luoghi/luogo_4.html

PIANEZZA (To). Cappella di san Sebastiano, con affreschi di scuola jaqueriana.

La Cappella, dedicata alla Madonna delle Grazie ed a San Sebastiano, era posta appena fuori dell’abitato del paese, dove forse sorgeva una porta. Fungeva da sentinella a difesa dai frequenti morbi endemici, in special modo a baluardo contro la peste, terrore del medioevo. Non si possono escludere, nella scelta del luogo di costruzione, delle ragioni igieniche: la Cappella era frequentata da devoti che erano sospettati di essere ammalati oppure già colpiti dal morbo, per cui non potevano entrare nell’abitato.
Non si può fissare l’anno esatto di costruzione nel corso del XV secolo, travagliato dalle pestilenze. Si pensa che sia stata edificata dopo la peste del 1428 o dopo il 1460 quando la peste colpì le valli di Lanzo ed anche Pianezza.

La cappella contiene affreschi che necessitano di un efficace restauro, già programmato. Il degrado è di data antica: le prime visite pastorali del 1500 segnalavano già allora la necessità di interventi sui dipinti.
La Cappella divenne famosa (“La Domenica del Corriere” le dedicò una tavola di copertina) quando negli anni 1931-32 fu trasferita tutta intera dal luogo più a monte, ove si trovava, fino al sito attuale, distante 140 metri. Opportunamente ingabbiata in una struttura di legno, fu fatta scorrere di pochi metri al giorno su rulli posti su rotaie.
In quella occasione si eliminò la parete che chiudeva la facciata, sostituita poi da una cancellata di legno: soluzione più consona alla tipologia originaria.

La cappella è decorata internamente da affreschi eseguiti in tempi diversi. Il ciclo più sviluppato è quello della volta, che si snoda in sette campiture, sei uguali ed uno di apertura maggiore, dedicato alla vita di San Sebastiano e realizzato dai pinerolesi Bartolomeo e Sebastiano Serra negli ultimi anni del XV secolo.
Sulle pareti gli affreschi superstiti raffigurano i devoti sotto il manto della Vergine, a destra; san Sebastiano affiancato da san Rocco sulla parete di fondo: a sinistra, le tentazioni di sant’Antonio abate o meglio le torture che subisce da parte dei diavoli.
Gli artisti sono anonimi: si pensa ad esponenti della scuola di Jaquerio.

Info:
Comune, tel. 011 9670000

Fonti:
https://archeocarta.org/pianezza-to-cappella-san-sebastiano/

https://www.cittaecattedrali.it/it/bces/659-cappella-di-san-sebastiano

ISSIGLIO (To). Chiesa di san Pietro, presso il cimitero, con affreschi di stampo jaqueriano.

Nel cimitero di Issiglio, posto in posizione piacevole ed un po’ distanziata dal paese, sorge la cappella di San Pietro, costruita nell’XI secolo, che fungeva da chiesa parroc­chiale dedicata a San Pietro in Vincoli. Essa è ad aula unica, con abside volta canonicamente ad Est, coperta da un tetto a capriate, lasciata in stato di sommo degrado per molti anni, è stata recentemente re­staurata con il rifacimento completo del tetto ed il risanamento delle pareti portanti.
Un inedito ciclo di affreschi gotici quattrocenteschi è stato scoperto nella chiesa. La pic­cola chiesa, di origine romanica, un’aula rettangolare absidata con soffitto a capriate, ancora assai poco nota e sinora rimasta al di fuori anche degli itinerari locali, era però stata fatta oggetto di saggi stratigrafici già alcuni anni or sono e la possibile presenza d’affreschi era stata peraltro già segnalata dal Forneris.
Soltanto ne! 2008, i restau­ratori potevano iniziare l’opera, sotto la sorveglianza delle Soprintendenze per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per i Beni Storici e Artistici. È dunque emerso un ciclo di ampie dimensioni e di una certa complessità iconografica, anche se per alcune parti in condizioni non buone, e con ampie zone lacunose.
Le porzioni interessate sono abside, arco trionfale e paretine annesse, ed il fianco de­stro della chiesa.
L’arco trionfale è dipinto a conci alternati grigi e rossi, e contornato da un motivo decorativo quasi a guisa di piumaggio d’uccello, che racchiude le parti affrescate; nelle pareti laterali, una per parte, le figure dell’Angelo annunziante e della Madonna annunziata: quest’ultima, meglio conservata, con le mani al petto, è raggiun­ta dalla colomba dello Spirito Santo sopra raggi di luce, mentre legge, posato su di un piano inclinato, il libro di Isaia.
Al centro dell’arco, entro altra cornice decorata, non più visibile per cadute d’intonaco, par d’intuire fosse presento una testa di Padre Eterno. Nel registro inferiore delle paretine, a sinistra l’affresco è pressoché illeggibile, a destra è una figura di santo vescovo benedicente: se ben interpretiamo l’attributo visibile all’al­tezza della vita, che pare una testa mozzata, potrebbe trattarsi di San Dionigi; lì presso, in alto, una curiosa piccola immagine nera in foggia di diavoletto.
L’intradosso dell’arco absidale ospita, entro cornici clipeate (a scudo), una serie di ri­tratti solo parzialmente visibili, ma molto espressivi, in abbigliamento moderno (profeti e sibille?); il catino mostra frammenti pittorici interpretabili come gli animali e l’angelo simboli degli evangelisti (tetramorfo], in scabro paesaggio roccioso, ed al centro una Maiestas Domini di tesa eleganza, ma in non buone condizioni. Sulla sinistra una figura femminile inginocchiata, probabilmente ancora una Vergine, e a destra altra figura par­zialmente riscattata, una Maddalena forse, ma non si può escludere un San Giovanni.
Nella parte inferiore, al centro, il legno della croce colla scritta canonica, che poteva esser lo sfondo d’una Pietà. La porzione ancora sottostante reca le tracce degli apostoli posti a semicerchio, ed è in parte ancora nascosta dall’altare ivi sistemato nei secoli successivi.
Nella parete laterale dell’aula è visibile, sempre entro una grande cornice decorativa della stessa foggia di quella dell’arco trionfale, una scena di grandi dimensioni, raffi­gurante una Madonna della Misericordia col mantello sostenuto da due angeli: sotto il mantello sono raffigurate, in due registri sovrapposti, ampie schiere di personaggi, sulla sinistra maschili e sulla destra femminili. Le due schiere superiori ospitano santi (si di­rebbe apostoli) e sante, quelle inferiori papa, cardinale, signori, religiosi e religiose, vale a dire i rappresentanti delle gerarchie terrene. Notevole particolarità iconografica è il fatto che tale Vergine della Misericordia è raffigurata in trono, col Bambino in braccio.
Sulla sinistra di tale scena è ancor visibile l’immagine di San Pietro vescovo, titolare dell’edificio, seduto su di uno scanno e con l’attributo delle chiavi.
Si tratta d’un ciclo di notevole livello stilistico e di forte interesse anche iconografico, che descrive scene icastiche (incisive) ed emotive, ove la sovrabbondanza di cartigli elegan­ti, talora forniti d’iniziale colorata, manifesta un’urgenza di comunicazione complemen­tare.

Sostanziali sono ancora i richiami, stilistici e tematici, al mondo degli affreschi di stampo jaqueriano, con altri aspetti che richiamano certi sviluppi visibili nella pittura novarese, come mostrano l’impaginazione generale e certi particolari come la Vergine col Bambino in posizione seduta, col trono a base poligonale prospettica (cicli di Novara o Casalvolone). Alcuni tratti del volto della Vergine, con le sopracciglia fortemente inarcate e lo sguardo fisso, non paiono estranei a certi esiti dei De Campo, pittori novaresi attivi tra il 1440 e il 1483.
Ma il più diretto riferimento stilistico, va subito dichiarato, è quello con l’ancor inedito ciclo scoperto nell’estate 2007 nella parrocchiale di San Giovanni di Torre Canavese, con affreschi ancora in fase di restauro, tranne le operazioni di descialbo e consolidamento già effettuate. Le connessioni con quegli affreschi, ove si leggono, nella terza volta della navata sinistra, i simboli degli evangelisti, e nella parete di fondo una Madonna della Misericordia affiancata dai santi Giacomo e Antonio abate e incoronata da Dio Padre, d’impronta ancor più jaqueriana per il dinamismo del segno gotico, gli stretti richiami tipologici ed il carattere di tutto l’apparato decorativo, sono tanto evidenti da dichiararsi a prima vista. I volti delle due Vergini della Misericordia recano tali somiglianze tra loro, nella tipologia dei capelli e dell’aureola, negli occhi chiari, nell’arco sopracciliare dì tesa convessità, non meno che nella forma del naso e delle labbra, da recare il sigillo, se non del medesimo maestro, certo della medesima bottega; il gesto delle braccia tese mostra lo stesso schema. Per sovrappiù, anche i due volti sbarazzini, a Torre dell’angelo reggi mantello sulla destra dell’immagine e ad Issiglio del Bambino ripetono, a un dipresso, la medesima tipologia.
Per quanto possa sembrare singolare, un maestro di notevole livello artistico, al lavoro nei cantieri canavesani, e rimasto per secoli nell’ombra, si svela improvvisamente, forse per ben due volte, a distanza di meno d’un anno, in due centri vicini: ce n’è abbastanza per ripensare l’intera storia artistica della zona. Non è peraltro detto che nella chiesa di San Pietro sia al lavoro sempre la stessa mano, anche se il tema risulta difficile, almeno per ora, da dipanare, proprio perché la leggibilità delle scene non è sempre buona.
Il maestro di Issiglio (e probabilmente di Torre) ha una sua maniera di sintetizzare in un’unica scena soggetti e significati diversi, giungendo ad iconografie insolite. Del tutto innovativa è quella sorta di contaminazione tra il tema della Madonna della Misericordia e quello della Madonna in trono, col Bambino reggente il cartiglio, che si ammira ad Issiglio, insieme a quell’ampio sviluppo dei personaggi, accuratamente suddivisi per registri differenti. Tali personaggi sono colti soprattutto nel loro valore simbolico, non parendo alludere ad identità precise, ed anche il grande contorno ellittico che ne taglia i bordi inferiori rinforza tale impressione. Degne di rilievo tuttavia sono l’opposizione generale tra uomini e donne e quella tra viventi e assunti in cielo, questi ultimi probabilmente riconoscibili con attente osservazioni; nei cicli similari, solitamente i personaggi raffigurati sono ancora in vita, e solo in rari casi si è potuta ipotizzare nelle raffigurazioni del gotico cortese la simultanea presenza (almeno nella stessa schiera) di vivi e morti; insolita è anche la presenza del teschio posto tra i personaggi centrali del registro inferiore (i viventi), e per altro verso anche la complessità dell’organizzazione delle scene del catino absidale ha una certa rilevanza.
In parallelo, anche il mantello della Vergine della Misericordia di Torre, che anche i santi Giacomo e Antonio Abate contribuiscono a sostenere, non è certo particolare iconografico così scontato. Il ciclo che sembra possibile, almeno in via provvisoria, datare alla seconda metà del secolo XV, posteriormente a quello di Torre, che l’interpretazione d’una scritta sia pur frammentaria, può forse far risalire al 1444, e rispetto al quale c’è forse qualche elemento che testimonia d’una certa evoluzione in senso coreografico.
Ci si augura possa esser in futuro possibile, sul piano filologico, giungere ad una più precisa definizione dei caratteri del pittore (o dei pittori) qui attivi, se non addirittura alla loro identificazione. Nell’ambito di un più vasto quadro storico e culturale, sarebbe inoltre quanto mai interessante pervenire alla delineazione delle committenze che, in pieno territorio canavesano, hanno voluto e saputo introdurre questa voce nuova, e risultati diversi da quelli più tipici nei centri lì intorno, tanto per lo stile, che per i temi e le scelte iconografiche.
Il ciclo di Issiglio, insieme a quello di Torre, introduce nel Canavese un’impronta maggiormente in relazione con quella che osserviamo per solito negli affreschi della parte meridionale della provincia torinese, in zona Acaia, o anche in Val di Susa, ma che comunque costituisce, rispetto ad un avamposto come Fénis un prezioso tassello territoriale interno, utile alla ricostruzione della cultura del Ducato Sabaudo a completamento di quell’atlante del Quattrocento nelle Alpi Occidentali, condotto per cicli omogenei, che negli ultimi anni è già stato foriero di notevoli soddisfazioni.

Fonti:
https://comune.issiglio.to.it
https://archeocarta.org/issiglio-to-chiesa-san-pietro/

 

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AVIGLIANA (To). Chiesa di san Giovanni, affresco sec. XV di seguace di Giacomo Jaquerio.

Costruita all’inizio del Trecento all’interno dell’allora Borgo Nuovo, San Giovanni assunse il ruolo di chiesa parrocchiale, sostituendosi a quella di San Pietro, a partire dal 1320.
Venne interessata da alcuni rimaneggiamenti già nel corso del secolo successivo, come la realizzazione della facciata a ghimberga, quindi con alto frontone ornato e traforato, e la rielaborazione in chiave gotica del campanile, e da alcune modifiche per renderla adatta ad accogliere le più articolate funzioni proprie di una chiesa parrocchiale.
L’attuale aspetto interno della chiesa appare profondamente modificato in seguito alle radicali trasformazioni tardo seicentesche. L’edificio si presenta preceduto da un atrio a pianta trapezoidale, originariamente pensato come prolungamento della navata, diviso in due campate con volte a crociera ed archi ogivali che immette nell’unica navata rimasta dopo le trasformazioni dell’edificio realizzate in età barocca.
Con il restauro della facciata nel 1895 il portale originario in cotto di metà Quattrocento viene ricostruito; sempre nello stesso anno viene affrescata la lunetta con la Vergine in trono col bambino da Enrico Reffo.
Il campanile, anticamente pensato per uso laico-difensivo come si intuisce dalla struttura di base probabilmente riferibile al XII secolo, è munito di bifore e trifore ed è ornato da bacini ceramici che in origine si presume fossero trentanove.
Alla metà del Quattrocento risale l’affresco presente nell’atrio, opera di un originale seguace di Giacomo Jaquerio sensibile ai modi della pittura fiamminga, identificato con il Maestro di San Vito di Piossasco. La raffigurazione presenta la Madonna in trono col Bambino, San Cristoforo, San Giovanni Battista e Sant’Antonio abate.
All’atelier dei Serra di Pinerolo è invece attribuito un affresco della fine del XV secolo nell’edicola del Maestro di San Vito. In esso sono raffigurate la Visitazione con Sant’Anna e un Santo cavaliere cui corrispondo, sulla parete opposta, le figure della Madonna col Bambino e San Bernardino da Siena, la Maddalena e Santa Caterina ed un drammatico Martirio di Sant’Agata.
L’interno della chiesa presenta anche numerose opere pittoriche del pittore Defendente Ferrari.

Info:
Via Umberto I, 34 – 10051 Avigliana

Links:
https://www.chieseromaniche.it/Schede/37-Avigliana-San-Giovanni.htm

https://www.cittaecattedrali.it/it/bces/18-chiesa-di-san-giovanni-battista

SAINT-VINCENT (AO). Chiesa di San Vincenzo, affresco con i ss. Pietro e Paolo nell’absidiola nord: problemi attributivi.

L’indagine sulle fonti relative all’attribuzione dell’affresco dei “Santi Pietro e Paolo” nell’abside nord della Chiesa di San Vincenzo a Saint-Vincent a Giacomo Jaquerio rivela significative divergenze tra le informazioni diffuse al pubblico ed il consenso accademico, con posizioni che sfumano o contraddicono la paternità del maestro, almeno sino a future analisi tecniche e ricerche archivistiche possano definirla.
L’attribuzione diretta a Jaquerio, con la datazione al 1416, si riscontra solo in fonti di carattere divulgativo e informativo. Questa attribuzione non trova riscontro nelle più autorevoli pubblicazioni scientifiche dedicate a Giacomo Jaquerio; infatti monografie e cataloghi di mostre fondamentali (Castelnuovo e Romano; Griseri; MuseoTorino, ecc.) omettono sistematicamente questo affresco dal corpus documentato o attribuito a Jaquerio o alla sua bottega o scuola.
Questa assenza nelle fonti accademiche primarie è un indicatore significativo che l’attribuzione popolare non è sostenuta dalla ricerca specialistica e sembra essere un’affermazione non verificata che non si riflette in un rigoroso discorso storico-artistico.

Per approfondire, leggi nota allegata, a cura di Angela Crosta: Saint Vincent, chiesa di san Vincenzo

SAN MAURIZIO CANAVESE (To). La chiesa plebana, con dipinti di pittori dell’ambito di Giacomo Jaquerio.

La chiesa plebana di San Maurizio Canavese (To) situata a fianco al cimitero nella zona in cui sorgevano l’antico castello ed il paese, si presenta esternamente come un edificio di assetto romanico nonostante siano evidenti i molti interventi di adattamento operati nel corso dei secoli.
L’edificio, fondato nell’XI secolo, fu già riplasmato nel XII secolo usando vario materiale di recupero, anche di epoca romana, conservando nelle forme originali solo l’abside ed il campanile.
L’abside, in particolare, permette di osservare le diverse fasi costruttive, la muratura a vista e di apprezzare i particolari più antichi.
L’interno è diviso in tre navate separate da arconi di forma goticheggiante. L’edificio è completato da una cappella laterale detta del Marchese, sulla cui parete destra, accanto all’altare, si trovano riquadri che rappresentano Santa Marta, Santa Caterina di Alessandria e Santa Lucia.
In corrispondenza dello stesso altare si trova un affresco che rappresenta la Madonna della Misericordia.
Sull’altare maggiore è collocata la copia fotografica del trittico con al centro l’Adorazione dei Magi e, nei pannelli laterali, San Maurizio e San Francesco presentati da un donatore. L’originale, realizzato da un pittore di area vercellese, è oggi nel salone del Palazzo del Municipio di San Maurizio Canavese.
Le pareti della chiesa ospitano ancora frammenti di affreschi realizzati tra XV e XVI secolo da pittori epigoni di Giacomo Jaquerio.
Nel catino absidale, alla base della parete sinistra si trovano un San Paolo eremita ed un Santo Cavaliere.
Nel sottarco dell’altare del Santissimo Rosario è emerso un ciclo di dieci ritratti raffiguranti Profeti e Patriarchi, personaggi dell’Antico Testamento. In controfacciata è invece riaffiorato un affresco con la Madonna e il Bambino in mezzo a Santi. Si distinguono inoltre, il dipinto con Martirio di San Maurizio e dei suoi compagni datato 1676 realizzato dal pittore Bartolomeo Caravoglia, pittore attivo per la corte torinese.
È invece di Domenico Guidobono l’Assunzione di Beata Maria Vergine tra San Giorgio e San Nicola Vescovo realizzata entro il secondo decennio del Settecento.
Sulla parete sinistra della navata centrale della chiesa, al lato opposto del pulpito, si trovano ventiquattro riquadri ripartiti in due fasce rappresentanti episodi della Vita di Cristo, dalla nascita, l’esistenza e la Passione realizzati dai pittori pinerolesi Bartolomeo e Sebastiano Serra nel 1495, come attestato da una ricevuta di pagamento rilasciata dalla Comunità di San Maurizio.
La pieve fu utilizzata fino all’Ottocento come parrocchia. Nel 1813 i pievani ottennero il trasferimento della sede parrocchiale nella chiesa del concentrico che le Confraternite avevano fatto costruire e nel 1922 l’edificio viene dichiarato di interesse nazionale. Oggi viene utilizzato prevalentemente nel periodo estivo o per funzioni religiose e funebri o per ospitare concerti di musica sacra.

Autore: Luciano Querio (da Città e Cattedrali) 15 apr 2025

Vedere anche sull’influenza della pittura di Jaquerio nel suo periodo: https://www.jaquerio.afom.it/angela-crosta-linfluenza-di-jaquerio-sulla-pittura-in-piemonte-e-nel-ducato-di-savoia-durante-il-xv-secolo/

BUTTIGLIERA ALTA (TO). Cappella della “Madonna dei Boschi” con dipinti di scuola jaqueriana.

Piazza Alpini
https://maps.app.goo.gl/6kUmqHW65zotd8yPA

La cappella conserva affreschi quattrocenteschi, quindi fu edificata prima della metà del XV secolo, ma mancano documenti che forniscano notizie sulla sua origine. Nella Cappella si trova anche un’immagine di san Benedetto, che potrebbe forse rimandare a un antico luogo di culto dei Benedettini favorito dalla vicinanza con l’abbazia di San Michele della Chiusa.
È la cappella votiva campestre più importante sul territorio di Buttigliera Alta.
La cappella fu per lungo tempo alle dipendenze degli Antoniani della Precettoria di Ranverso, tuttavia nell’Archivio Storico dell’Ordine Mauriziano non ci sono documenti che riguardino nei secoli precedenti il XVII secolo.
In documenti del Seicento, invece, la cappella incomincia ad apparire come loro proprietà. Gli Antoniani evidenziano un interesse costante per le sue necessarie forniture liturgiche, i restauri ed i diversi abbellimenti.
Nel corso del Settecento la cappella è riconosciuta come “Membro della Commandaria di S. Antonio” e “spettante” come proprietà ai Canonici Regolari Antoniani ed è chiaramente rappresentata nel Cabreo del 27 aprile 1729 dell’Archivio Storico dell’Ordine Mauriziano.
Probabilmente profanata durante una delle molteplici guerre ed invasioni, fu nuovamente benedetta il 6 giugno 1773 dal Priore Bartolomeo Borghese dopo autorizzazione della Curia Metropolitana del 24 aprile dello stesso anno, con solenne processione di tutta la popolazione.

Con la soppressione degli Antoniani nel 1776, per l’aspetto religioso la cappella fu unita al territorio parrocchiale di Buttigliera Alta, che ne curò attivamente la conservazione; invece la proprietà passò all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
La Cappella della Beata Maria Vergine dei Dolori / Madonna Addolorata, popolarmente detta Madonna dei Boschi, fu visitata dall’arcivescovo monsignor Luigi Fransoni nella sua Visita Pastorale del 29 aprile 1845 che la descrive in buone condizioni.
Nel 1855-56 fu ristrutturata ed ampliata e di questi lavori, costati 2800 lire, restano nell’Archivio Mauriziano numerosi documenti.
Con la ricostruzione, riprese nuova vita e nuovo vigore la devozione alla Madonna dei Boschi durante tutta la seconda metà dell’Ottocento. Nel Novecento, tra alterne vicende, continuò a essere un punto di riferimento religioso importante per gli abitanti della zona.

La Cappella della Madonna dei Boschi è composta da un sacello, con una navata sul davanti verso ovest e piccole costruzioni sul fianco nord. La descrizione corrisponde in gran parte a quella del 1777 contenuta nella relazione della Visita Pastorale dell’arcivescovo di Torino Francesco Luserna Rorengo dei marchesi di Rorà.
La cappella custodisce un notevole patrimonio d’arte: affreschi del Quattrocento e del Seicento e due pregevoli pitture murali dell’Ottocento del pittore Giuseppe Gugliemino.

Gli affreschi del XV secolo, a est, dietro l’altare, raffigurano santa Caterina d’Alessandria, san Benedetto e santa Cristina di Bolsena, santa martire presente raramente negli antichi affreschi gotici del Piemonte e qui forse perché la Cappella è posta sulla Via Francigena dove i luoghi di culto a lei dedicati erano molti. “Le eleganti e sinuose figure di Cristina e Caterina sono lavori nei quali appare evidente l’influsso dello stile di Giacomo Jaquerio, perciò riconducibili ad un seguace dell’artista torinese”, scrivono Cifani e Monetti.

Gli affreschi Secenteschi, sulla parete destra del sacello, raffigurano sant’Antonio abate e a sinistra sant’Isidoro in preghiera; sulla volta quattro episodi evangelici – Gesù nell’Orto del Getsemani, la Flagellazione, La Salita al Calvario, La Risurrezione – resi dall’ignoto pittore con pennellate efficaci, rapide, fluide e colorate con discreto vigore che rivelano una cultura ancora tardo manierista.
Sant’Antonio abate è rappresentato in piedi, in una finta nicchia e indossa un saio di tonalità brune; sulla mantellina spicca il Tau, nella mano destra un libro aperto e nella sinistra un pastorale. La figura è mossa e ariosa, animata da una vitalità interiore non comune; l’autore è un pittore di ambito lombardo-piemontese, la datazione dell’affresco si può collocare fra il 1650 e il 1680.

Gli affreschi furono fotografati nel 1892 da Secondo Pia, che ritrasse anche uno dei due affreschi di Giuseppe Guglielmino (Susa, 1813 – Giaveno, 1865), quello raffigurante Cristo deposto nel sepolcro, posto sulla parete est del sacello, che aveva sostituito una più antica immagine di una Vergine con il Cristo morto”. Ciò trova conferma dai documenti; infatti nel 1851, il pittore «Signor Guglielmino di Susa» fu pagato lire 50 «per aver rifatta l’ancona della Vergine Beatissima Addolorata».

Il secondo intervento del Guglielmino per la cappella è del 1857. Dopo la riedificazione e l’innalzamento della cappella, rimaneva un grande spazio vuoto nella parete posta sul limitare tra il sacello e l’aula dei fedeli. Si fece eseguire un grande affresco: La pietà dei Fedeli, secondo il parroco Peretti, ad arricchire la cappella «di un’ampia ancona, rappresentante Maria Vergine Addolorata, come era pure la antica». La grande pittura è firmata in basso a sinistra: “Guglielmino pittore a Giaveno”.
Nel 1859, una statua lignea della Madonna Addolorata si aggiunse agli ornamenti della cappella e diventò un’icona particolarmente venerata dalla comunità, purtroppo fu rubata il 2 febbraio 1968. L’8 settembre 1968, il Sodalizio Nazionale Ragazzi del “99” donò una nuova statua, simile alla precedente, a ricordo del cinquantenario della vittoria della I° Guerra Mondiale. La statua è opera dello scultore F. Prinoth di Ortisei.

Parte del testo ed alcune immagini da:
– Cifani Arabella; Monetti Franco, L’inedita Cappella della Madonna dei Boschi (o della Madonna Addolorata) di Buttigliera Alta (Torino), in: “Arte Cristiana”, vol. 102, 2014, pp. 273-88

Vedi: Linedita_Cappella_della_Madonna_dei_Boschi-Arabella-Cifani-Franco-Monetti

Vedi anche: Le cappelle diventano tech e le parrocchie risparmiano

MANTA (Cn). Chiesa di S. Maria al Castello, affreschi di scuola jaqueriana.

Non si conosce la data di edificazione della chiesa, nel borgo ai piedi del Castello, ma si ritiene sia stata costruita tra 1416 e 1426, quando Valerano di Saluzzo resse il Marchesato al posto del fratellastro Ludovico. In quegli anni Valerano fece del castello la propria residenza e commissionò gli eccezionali affreschi della Sala Baronale. La famiglia dei Marchesi poteva assistere alla messa dalla tribuna in controfacciata (oggi ricostruita), ma la chiesa serviva anche da parrocchiale al borgo di Manta, insieme alla più antica chiesa di Santa Maria del Monastero.

Probabilmente aggiunta in epoca cinquecentesca, la facciata della Chiesa, di stampo rinascimentale, restaurata nel 2015, presenta in gran parte intatto l’originale rivestimento in marmorino bianco ed un significativo lacerto di affresco sopra il portale, raffigurante la Madonna.
La chiesa, ad aula unica, nel tempo fu più volte rimaneggiata: la copertura lignea fu sostituita da una volta a botte e furono aperte cappelle laterali, come quella dedicata alla Madonna del Rosario – demolita nel 1958 – della quale ancora si vede l’arco di ingresso. Questi interventi causarono la distruzione di buona parte degli affreschi quattrocenteschi che decoravano la navata.
La chiesa è stata ceduta in comodato dal Comune di Manta al F.A.I. nel 1986 ed è stata oggetto di un lungo ed impegnativo restauro dal 1998 al 2004 che ha messo in luce alcuni lacerti dipinti sulle pareti laterali e, nell’abside (o coro?), molto ben conservata, una splendida Storia della Passione dipinta da un ignoto pittore, diverso dall’autore della Sala baronale, ma che mostra chiari influssi jaqueriani e che ci ha lasciato uno dei migliori esempi dell’arte del Gotico Internazionale. Il ciclo è databile forse intorno al 1427, quando la chiesa divenne parrocchiale. Nonostante l’inserimento del tramezzo alle spalle dell’altare, il ciclo mostra la fascia inferiore delle pareti occupata da una decorazione a motivi geometrici; più in alto le Storie della Passione di Cristo si snodano su due registri senza soluzione di continuità, da sinistra verso destra.
Sulla parete nord nord: l’Ingresso in Gerusalemme, il Tradimento di Giuda e una bella Ultima Cena; nel registro inferiore, la Lavanda dei piedi, la Preghiera nell’orto degli ulivi e la Cattura.

 

 

 

Sulla parete sud, in alto, sono raffigurati Cristo davanti a Caifa, il Rinnegamento di Pietro, Cristo deriso e poi davanti a Pilato. Sul registro inferiore l’andata al Calvario, in cui si apre la finestra che dà luce all’ambiente.

 

 

 

 

Si arriva alla grande parete di fondo con una intensa Crocifissione. Molti personaggi dai volti fortemente caratterizzati – quasi delle caricature – si affollano all’interno di architetture aperte.
Sulla parete è stata collocata la lapide di Gasparo Tapparelli di Lagnasco, morto nel 1553 in tenera età.

 

 

La Cappella del Cristo risorto, a destra entrando, risale alla fine del Cinquecento e fu voluta da Michele Antonio Saluzzo che qui fu sepolto nel 1609. A pianta quadrata, è interamente rivestita da affreschi e stucchi, in linea con il gusto in voga in quell’epoca.
La decorazione è incentrata sulle Storie di Cristo che vengono narrate in medaglioni aperti sulle pareti e sulla volta, fino a terminare nella tela con il Cristo Risorto.
Dalle quattro vele angolari ci osservano intense figure di profeti, abbigliate con grande eleganza. Le pitture sono attribuite a Giovanni Angelo Dolce, pittore saviglianese che qui si espresse al meglio delle sue capacità.

Per visite rivolgersi al FAI:
https://fondoambiente.it/luoghi/castello-della-manta

Link:
https://www.museodiffusocuneese.it/siti/dettaglio/article/manta-santa-maria-del-castello/

NIELLA TANARO (Cn). Parrocchiale di Maria Vergine Assunta.

Istituto geografico De Agostini, Atlante stradale d’Italia, foglio 54.

Si arriva a Niella Tanaro uscendo al casello di Niella Tanaro dell’autostrada Torino – Savona.

La parrocchiale dedicata a Maria Vergine Assunta si trova nel Capoluogo, sede del municipio. Il comune di Niella Tanaro, formato da numerose frazioni, ha un’altitudine che varia da m 371 a m 600.
In età romana il territorio di Niella Tanaro era attraversato dalla via Bagienna (detta anche via Sonia) e successivamente, nel Medioevo, dalla via Palmaria, percorsa dai pellegrini, e dalla via del sale. Testimonianza nel paese del transito di fedeli sono probabilmente alcune delle cappelle e la citazione della presenza di un hospitale.
Dall’area verde circostante l’abside, lo sguardo può spaziare su di un meraviglioso ed intatto scenario costituito dai marnosi spaccati delle verdi Langhe, costellate di vigneti, castelli e torri, che si specchiano negli ampi meandri delle acque del Tanaro.

Le opere considerate si trovano nella sacrestia sinistra ed in quella destra. Nella sacrestia destra si conserva la testimonianza artistica più pregevole dell’edificio: gli affreschi tardo-gotici, risalenti alla seconda metà del sec. XV e restaurati nel 1991. Altri frammenti di dipinti del sec. XV sono stati scoperti nel 2002 in fondo alla navata sinistra, mentre nell’attigua piccola stanza adiacente al coro si conserva un significativo Cristo di Pietà.

L’affresco di Cristo nel Sepolcro è l’unico rimasto nella sacrestia sinistra. L’immagine, risalente alla seconda metà del XV secolo, ricorda nell’iconografia l’analoga figura affrescata da Jaquerio nella parte inferiore della parete destra del presbiterio nella Precettoria di S. Antonio di Ranverso: la vicinanza è data dall’atteggiamento di Cristo e dalla presenza dei simboli della Passione, anche se in forma semplificata rispetto a Ranverso.
Nell’affresco sono raffigurati, oltre la croce, diversi simboli della Passione, e precisamente: la corona di spina, il martello, la lancia, i flagelli, i chiodi, il bastone con la spugna, i dadi, le tenaglie, la brocca.
Curiosi i graffiti lasciati dai fedeli (ricorre frequentemente il cognome “Giacherio“), con datazioni dal 1500 al 1700, con un’originale preghiera in basso a destra e la tipica “giornata” stesa dal frescante.

Nella sacrestia destra la lunetta superiore rappresenta la Crocifissione, risalente alla seconda metà del ‘400 di autore ignoto.
L’iconografia richiama quella delle crocifissioni multiple ispirate al Parament de Narbonne ed è diffusa nel monregalese (San Fiorenzo a Bastia, Madonna della Neve a San Michele di Mondovì, Santa Croce di Mondovì, ecc.).
Al centro della scena Gesù Crocifisso, con gli angeli che raccolgono in calici il sangue che sgorga dalle ferite, tra i due ladroni (il cattivo ladrone Gestas, al quale un diavolo estrae l’anima dalla bocca ed il buon ladrone, Dysmas).
A destra del Cristo la Madonna viene consolata dalle pie donne (parte alquanto danneggiata dall’incendio del 1911). Ai piedi della Croce, sono raffigurati da destra a sinistra, il guerriero Longino con le mani giunte, Stephanon con la spugna infissa sulla canna, la Maddalena e S. Giovanni in preghiera. A sinistra una movimentata folla di personaggi, quasi estranei alla drammaticità della scena.: i farisei, riconoscibili dalla barba e dagli eleganti copricapo, alcuni guerrieri con le armature ed altri cavalieri. Sulla folla sventolano gli stendardi con la X, simbolo del Cristo (per alcuni studiosi potrebbe invece celare l’autografo di J. Jaquerio, con due J incrociate) e con lo scorpione, simbolo dei nemici di Dio. I cavalli, con il capo reclinato e lo sguardo pietoso, sottolineano la tragicità del momento. Da notare la tecnica di esecuzione a rilievo (colatura di gocce di calce calda) del bianco degli occhi di alcuni personaggi in primo piano e delle bardature dei cavalli.
Nella parte inferiore gli affreschi sono stati rovinati ed in parte distrutti in seguito alle modifiche strutturali subite dalla chiesa; a sinistra restano la testa e la mano di S. Domenico, a destra S. Michele Arcangelo.
Nelle figure ai piedi della Croce l’espressività dei volti e la volontà di individuazione delle varie fisionomie richiamano la jaqueriana Salita al Calvario nella sacrestia di Ranverso; un ulteriore elemento di somiglianza è dato dalla presenza, come a Ranverso, dell’immagine dello scorpione in un vessillo.

Cronologia: XV sec.

Materiale informativo ed illustrativo: Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pag. 239.

Note storiche:
Non vi sono elementi per precisare la cronologia degli affreschi; la loro datazione si colloca nel XV secolo, probabilmente entro la metà o nella seconda metà.

Bibliografia:
P. GASCO, (a cura di), Antichi affreschi del Monregalese, Cuneo 1965, pag. 73, pagg. 76-80. Appendice a cura di G. RAINERI, pagg. 8-9.

Url: http://www.comune.niellatanaro.cn.it

Vedi anche: http://archeocarta.org/niella-tanaro-cn-chiesa-parrocchiale-di-maria-vergine-assunta/

Note: Gli affreschi della sacrestia destra negli anni Sessanta sono stati liberati dall’intonaco che li ricopriva e sono stati sottoposti ad un restauro, che ha eliminato anche le tracce dell’incendio subito dalla struttura nel 1911.

Fruibilità: Rivolgersi al comune di Niella.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti e Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 2009-03-07 – 16-06-2024