VARISELLA (To). Chiesa parrocchiale, affresco di “Madonna in trono con s. Antonio abate” strappato dalla Cappella di S. Biagio ed attribuito al “maestro di Rubbianetta”.

Chiesa Parrocchiale di San Nicola, Via Don Giocondo Cabodi, 5 / Via Fiano, 39
La chiesa conserva, dal 2000, un affresco del XV secolo rappresentante la Madonna in trono con sant’Antonio abate, staccato per motivi conservativi dalla Cappella di San Biagio – che era la chiesa del castello di Baratonia.
Degli affreschi che decoravano le pareti laterali si sono potuti salvare pochi frammenti di una Madonna in trono con Bambino, probabilmente seduta in braccio a Sant’Anna (di quest’ultima si intravede una mano che stringe delicatamente a sé la Madonna), secondo l’iconografia della Sant’Anna Metterza ossia messa in terzo piano dietro la Vergine e il bambino Gesù e, accanto ad essi, Sant’Antonio abate tormentato da un diavolo (immagine confrontabile con quella dello stesso Santo affrescata in San Giuliano a Rubbianetta opera dello stesso pittore).
Il pittore, detto “maestro di Rubbianetta” per gli affreschi di San Giuliano a Rubbianetta, è un maestro ancora legato alla tradizione pittorica formatasi sugli esempi di Jaquerio e di Ajmone Dux, pur con timidi aggiornamenti “rinascimentali” (C. Bertolotto, Gli affreschi del “maestro di Rubbianetta”, in Boschi e Castelli, Itinerari medievali nelle terre dei Visconti di Baratonia, Gruppo Archeologico Torinese e Ecomuseo Val Ceronda, Nichelino 2007).

Bibliografia:
C. Bertolotto, Madonna in trono con S. Antonio Abate, in Gli affreschi quattrocenteschi della chiesa di San Biagio di Baratonia, Varisella 2001.

DRUENTO (To). Parco Regionale La Mandria, Cappella di San Giuliano, affreschi di scuola jaqueriana del cosiddetto “maestro di Rubbianetta”.

La cappella di San Giuliano si trova all’interno del Parco Regionale della Mandria, in territorio di Druento, in prossimità della cascina Rubbianetta. Qui esisteva un borgo eretto in comunità indipendente appartenente al viscontado di Baratonia con una popolazione dedita soprattutto all’agricoltura ed al commercio del legname di cui erano ricchi i boschi circostanti.
Il borgo Rubbianetta fu posto sotto la protezione di San Giuliano martire in onore del quale fu edificata la Chiesa omonima. Nel 1594 la giurisdizione religiosa su San Giuliano fu affidata alla parrocchia di Druent: da allora il parroco di Druento ebbe la totale amministrazione della parrocchia di Rubbianetta e si chiamò Prevosto di Druent e Curato di Rubbianetta; la nuova parrocchia, unione delle due, si chiamò parrocchia di Santa Maria della Stella e S. Giuliano in Rubbianetta e portò questo nome fino al 1986.

L’impianto tardoromanico originario della Cappella di San Giuliano, risalente alla fine del XII secolo, ha subìto trasformazioni ed ampliamenti a partire dalla metà del secolo tredicesimo.
In un periodo che si pone intorno al 1440 viene realizzata l’abside poligonale in laterizio contestualmente all’arco trionfale a sesto acuto che separa il transetto dalla navata e ai due tratti di muro che congiungono i punti di innesto dell’abside con le pareti laterali.
Gli interventi secenteschi riguardano l’erezione della facciata barocca, tripartita e cadenzata sull’impianto architettonico e il modesto controsoffitto ligneo a doghe di pioppo, poi ripreso nel Novecento, in sostituzione del soffitto a cassettoni che nel Quattrocento completava la navata.
Al secolo XV, firmati da Giovanni Marcheto, sono databili gli affreschi interni della Cappella, raffiguranti San Sebastiano, Sant’Antonio, San Francesco, Sant’Anna, Sant’Antonio Abate, il Beato Antonio Neirotti di Rivoli, San Pietro, San Giovanni Battista, San Giacomo Maggiore, San Grato. I resti, purtroppo molto rovinati, di affreschi presenti sulle pareti dell’abside risalgono alla seconda metà del 1600 e sostituiscono dipinti precedenti.
La trave lignea porta un crocifisso dipinto su tavola di sapore iconografico bizantino (periodo Tre-Quattrocentesco, superstite di un trittico ligneo di cui le parti laterali sono state trafugate).
Il pittore di questo ciclo pittorico, detto “maestro di Rubbianetta” per gli affreschi di San Giuliano a Rubbianetta, è un maestro ancora legato alla tradizione pittorica formatasi sugli esempi di Jaquerio e di Ajmone Dux, pur con timidi aggiornamenti “rinascimentali” (C. Bertolotto, Gli affreschi del “maestro di Rubbianetta”, in Boschi e Castelli, Itinerari medievali nelle terre dei Visconti di Baratonia, Gruppo Archeologico Torinese e Ecomuseo Val Ceronda, Nichelino 2007).

Fonte:
http://archeocarta.org/druento-mandria-to-cappella-san-giuliano/

Vedi anche: San Giuliano

Info:
– Ente di gestione delle Aree Protette dell’Area Metropolitana di Torino, V.le Carlo Emanuele II, 256 – 10078 Venaria Reale (TO) – www.parks.it/parco.mandria o www.parchireali.gov.it – Tel. 011/4993381 – 011/4993311 info@parcomandria.it

AVIGLIANA (To). Cappella della Madonna del Ponte, con affreschi di scuola jaqueriana.

La cappella della Madonna del Ponte presso Avigliana (To) conserva un ciclo pittorico di notevole rilevanza per il contesto pittorico del Piemonte occidentale della prima metà del Quattrocento finora mai analizzato nel dettaglio.
Lo stile degli affreschi rivela come la cultura della bottega qui attiva sia chiaramente ispirata alla pittura del torinese Giacomo Jaquerio, pur mantenendo tuttavia una certa autonomia.
La cappella in cui si trovano le pitture, intitolata ufficialmente alla Madonna della Neve ed ora di proprietà privata, si erge su una piccola altura isolata, denominata anticamente Porcairano, a fianco del fiume Dora Riparia. La posizione strategica del monticello, posto al centro di importanti vie di comunicazione, attirò gli interessi della potente abbazia della Novalesa che nel 1245 acquisì la tenuta dal miles Petrus de Chamusso, in cui forse era già presente una casa-forte (ora convertita ad abitazione), costruendovi una cappella ed un ponte che diede il nome di comodo all’edificio.
Fatta eccezione per il periodo compreso tra il 1431 e il 1467 circa, in cui la tenuta fu al centro di una contesa in particolare con la comunità aviglianese, il Porcairano rimase sotto il diretto controllo del centro monastico novalicense fino alla seconda metà del Cinquecento, quando venne affidato inizialmente a privati e, in seguito, al convento di Sant’Agostino di Avigliana.
Il beneficio, persa ormai la sua importanza, venne quindi lasciato all’incuria sostanzialmente fino alla sua privatizzazione, seguita alla soppressione napoleonica degli agostiniani aviglianesi.
Nonostante i drastici interventi ottocenteschi avessero modificato l’aspetto del Porcairano, la cappella conservò il suo impianto medievale con presbiterio quadrato chiuso da volta a crociera, decorato all’esterno da motivi fittili ad archetti, ed una navata occidentale antistante.
Gli affreschi, che dovevano in origine decorare buona parte dell’edificio, vennero solo parzialmente liberati dalla scialbatura ottocentesca da Giacinto Genero, allora proprietario della tenuta, tra gli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso. Questi lavori fecero emergere diversi frammenti di un ciclo pittorico sulle pareti del presbiterio e lungo il lato destro della navata (ora adibita a deposito e chiusa da un muro verso l’area presbiteriale).

Fonte: Intorno a Giacomo Jaquerio. Gli affreschi della Madonna del Ponte di Avigliana e alcune riflessioni sulla pittura tardogotica nel Piemonte nord-occidentale, Simone Bonicatto, in “Studi di Storia dell’Arte” Todi (Pg) n. 32 – 2021, Editart 2022 – Vedi: Simone_Bonicatto_Intorno_a_Giacomo_Jaquerio

Nella zona del sacello, sulla parete sud, si possono ammirare, disposti su due registri, la Visitazione ed Adorazione dei Pastori, l’Adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto, tutte opere da collegare strettamente ad alcuni cicli di affreschi della precettoria di Sant’Antonio di Ranverso e realizzati certamente da un raffinato maestro di ambito jaqueriano. Si devono istituire rapporti stretti fra questi affreschi e quelli dipinti da un anonimo maestro in ambito jaqueriano che lavorò a Ranverso nella cappella delle Storie della Vergine; in particolare si deve poi notare la forte affinità che esiste fra i volti dei tre re Magi della Madonna del Ponte e alcuni Profeti dipinti da Jaquerio nel presbiterio di Ranverso. Un ulteriore elemento di raccordo con Ranverso è costituito dal velario decorativo che è affrescato nella parte bassa della chiesetta: è assai simile a quello che appare in alcune parti della chiesa di Sant’Antonio di Ranverso ed è formato da un drappo rosso con bordi di ricca pelliccia.
La parete nord in gran parte è ricoperta ancora dallo scialbo, emergono tuttavia alcuni elementi di grande interesse fra cui spicca una scritta, posta a metà della parete, con un nome ed una data: “… de Sarrola, MCCCCXXVI …”
Nella parete inferiore, al di sotto della scritta, si scorge l’Ultima Cena di iconografia singolare; tutti gli apostoli sono infatti inseriti in gotiche nicchie, quasi frati seduti negli stalli di un coro.
Nella zona che costituiva la navatella per i fedeli si vedono, sulla parte sud della muraglia, libere da intonaci, due figure: un bellissimo San Pietro e l’elegantissima immagine di San Michele Arcangelo rivestito di armatura argentea e mantello, mentre colpisce con la lancia il dragone e con l’altra mano regge la bilancia.
L’armatura dell’arcangelo ha ginocchiere e spallacci con protomi leonine, come nel San Michele del Castello di Fenis. I colori, attenuati dal tempo, sono in prevalenza argentei e rosati, con tocchi di ocra dorata per le protomi e corallo pallido per il mantello.

Fonte: “Il Millennio Composito di San Michele della Chiusa – Documenti e Studi interdisciplinari per la conoscenza della vita monastica clusina – Vol. I”, Italo Ruffino, Maria Luisa Reviglio della Veneria (a cura di), Melli Ediotrice, Borgone di Susa (To), 1996, pp. 61-64.

PIOSSASCO (To), Canonica della chiesa di S. Vito, affreschi di scuola jaqueriana.

Localizzazione e recapiti: Carta Touring Club Italiano 1:225000.
Piossasco si trova sulla statale 589 che collega Torino a Pinerolo passando per Orbassano e dista circa 32 chilometri dal centro del capoluogo piemontese.
La chiesa si trova in piazza S. Vito, nella frazione Piazza.
La canonica è attigua alla chiesa ex parrocchiale; l’affresco si trova in un corridoio al secondo piano.

Descrizione: L’affresco della canonica rappresenta nella parte alta la Crocifissione di Cristo, con a lato i due ladroni. Ai lati delle tre croci sono collocate le Marie e gli astanti, più una santa all’estrema sinistra che la caduta del colore non permette di identificare. La scena si staglia su uno sfondo collinare ove si scorge una città fortificata.
Sotto il bordo che conclude la Crocifissione sono dipinti i santi Cristoforo, Vito, Sebastiano e Antonio abate. Purtroppo la caduta di buona parte del colore originario non permette una perfetta lettura dell’affresco; al centro è rappresentato lo stemma della famiglia dei Buris.

Tipologia immagine: Affresco

Periodo artistico: Basandosi su questo dato, l’affresco,  che testimonia la permanenza del linguaggio jaqueriano si può datare agli anni intorno alla metà del secolo o di poco successivi; l’esecuzione viene attribuita a un pittore appartenente alla cerchia di Jaquerio.
L’affresco presenta un linguaggio prossimo al pittore torinese Giacomo Jaquerio, ma mostra di risentire anche di altri stimoli provenienti da opere del quarto e quinto decennio del secolo di artisti come Jean Bapteur e Guglielmetto Fantini, pur risultando più vicino al primo Jaquerio e lontano dalla drammaticità corale della Salita al Calvario della sacrestia della Precettoria di Ranverso.
Ciò che rende l’affresco importante per l’arte piemontese di questi decenni è la precoce apertura verso le novità dell’arte fiamminga, conseguenza di uno studio su opere transalpine quali il trittico attribuito a Rogier van der Weyden, datato 1438-40.
Una forte vicinanza, stilistica e fisiognomica, è stata rilevata con la serie di quattro santi affrescati nell’atrio della chiesa di San Giovanni ad Avigliana, tanto da ipotizzare che si possa trattare dello stesso frescante di Piossasco. L’affresco aviglianese è fatto risalire al periodo in cui viene realizzato l’atrio, ossia al 1446-1447.
Nonostante il dipinto della canonica si mostri ancorato ad esempi figurativi degli anni Trenta e Quaranta, non può comunque essere fatto risalire prima del 1452, data la presenza dello stemma di Gabriele De Buris, divenuto priore di San Vito proprio in quell’anno.
Comunque la vicinanza con lo stile di Giacomo Jaquerio non è messa in discussione da nessuna delle fonti che si sono soffermate sull’affresco.

Cronologia: XV sec.

Materiale informativo ed illustrativo: Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pag. 360.

Note storiche: Alla famiglia dei Buris apparteneva l’abate Gabriele, che dotò la chiesa della vasca battesimale, tuttora esistente, datata 1462.

Bibliografia:
 – A. GRISERI, Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte, Torino 1965, pagg. 92-95.
 – E. CASTELNUOVO, Giacomo Jaquerio e l’arte nel ducato di Amedeo VIII, in E. CASTELNUOVO – G. ROMANO (a cura di), Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale, Palazzo Madama aprile – giugno 1979, Torino 1979, pagg. 56-57.
 – G. MARTINATTO – F. MOTTURA, San Vito a Piossasco, Effatà editrice, Cantalupa 2004.
– Simone Bonicatto, La_parrocchiale_di_San_Vito di Piossasco Estratto dal Bollettino della Società Storica Pinerolese, Anno XXXI, Pinerolo 2014.

Note: L’affresco è stato restaurato nell’anno 2000 dalla restauratrice Barbara Rinetti.
Vedi anche la scheda in www.archeocarta.it:
http://www.archeocarta.it/pages/page.asp?c=document&id=485&p=TO

Fruibilità: La chiesa di S. Vito è aperta saltuariamente al culto e dipende dalla parrocchia dei Santi Apostoli, sita in via Pinerolo 161.

Rilevatore: Rosanna Fenoglio, Maria Gabriella Longhetti, Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 2008-12-05T00:00:00 – 2-12-2023.

CARMAGNOLA (To). Chiesa sconsacrata di Sant’Agostino con immagine di Sant’Agostino in trono di Giacomo Jaquerio.

Recente individuazione di un’opera inedita attribuita a Giacomo Jaquerio da parte di Simone Bonicatto, storico dell’arte di Orbassano (To), raffigurante Sant’Agostino in trono.
L’affresco si trova nell’abside della chiesa intitolata a Sant’Agostino, ma si trova nascosto dietro un coro ligneo che riporta la sua realizzazione al 1457. Non si sa come mai questo coro, composto da 41 stalli su due file, con i nomi dei titolari, religiosi e laici di rango, variamente intarsiato, sia stato messo a coprire quasi completamente gli affreschi dell’abside.
La chiesa, dal 1858, è di proprietà del Comune di Carmagnola ed attualmente è in avvio un progetto per il recupero del monumento.

Per un esauriente approfondimento della situazione del monumento e dell’affresco attribuito a Giacomo Jaquerio leggere l’articolo qui riportato: “Fra New York e Carmagnola il giallo artistico di Jaquerio“, di Orlando Perera in Torinostoria, Anno 8, n. 81 di giugno 2023: Carmagnola, Chiesa Sant Agostino, affresco di Giacomo Jaquerio

SVIZZERA, Ginevra. I perduti “san Maurizio” di Thonon-les-Bains e di Ripaille.

Chapelle Saint-Bon de Thonon-les-Bains
Chapelle Saint-Bon à Thonon-les-BainsGiacomo Jaquerio avrebbe dipinto nel 1411 due immagini di san Maurizio: una nella cappella di Saint-Bon, l’altra nella chiesa del castello di Ripaille.
Max Bruchet, nel libro “Le Chateau de Ripaille”, Librarie Delagrave, Paris 1907, a p. 448 (nota 97) che riguarda i conti di Peronet Dupont, vicecastellano di Thonon (1409-1412), scrive che Jaquerio fu pagato per una rappresentazione di San Maurizio: “.. pro factura duarum ymaginum Sancti Mauricti, quarum una posita fuit in ecclesia Rippallie et alia in ecclesia Sancti Boni prope Thononium, ut per notam instrumenti. receptam sub anno predicto [1411], die 17 mensis junii., 13 fl. p. p. [fl.p.p. significa “florenos parvi ponderis”, “fiorini di piccolo peso”, una delle varie monete che avevano corso nel Ducato di Savoia].
La cappella, sotto il nome di Notre-Dame et Saint-Maurice, è menzionata dal 1299. Si trova nel distretto di Saint-Bon, nome di un martire del III secolo, è connessa a una torre delle antiche mura di Thonon-les-Bains che è una delle ultime vestigia delle fortificazioni della città.
Nel 1426 il servizio religioso della chiesa fu affidato ai monaci di Ripaille da Amedeo VIII, duca di Savoia. Nel 1431, il Duca acquistò una proprietà attigua alla fortezza di Thonon e fece costruire una strada, ora scomparsa (rue Saint-Bon), che toccava la cappella e andava all’attuale rue Chante-Coq.
La cappella fu saccheggiata e distrutta dai bernesi nel 1589, intervenuti in Savoia su richiesta del re di Francia Enrico III, allora in conflitto con il duca di Savoia Amedeo VIII. Fino al 1615 la cappella rimase abbandonata. Fu ricostruita nel 1615 per sollecitazione del reverendo Pierre Bouverat, sacerdote della Santa Casa.
Di conseguenza andò distrutto anche l’affresco di Jaquerio del quale nulla rimane nell’attuale cappella seicentesca, come hanno confermato (giugno 2021) dall’Ufficio Turistico di Thonon.

Chateau de Ripaille
Sopra abbiamo citato il pagamento per le due immagini di san Maurizio, di cui una da porre “in ecclesia Ripaille”, sarebbe da intendere la cappella del castello di Ripaille.
Nel 1411 Jaquero risulta abitare a Ginevra, dove operava per Amedeo VIII di Savoia, in quel periodo residente nel castello di Thonon, edificio che fu distrutto – dice Wikipedia senza fonti – nel XVII secolo e che, tra il 1411 e la fine del XV secolo, fu una delle residenze principali di Casa Savoia e che occupava l’area compresa tra l’attuale castello di Sonnaz e la cappella di Saint-Bon.
Il castello di Ripaille o Ripaglia era in origine un padiglione di legno su base in pietra al centro di una riserva di caccia. Il castello fu costruito a partire dalla metà del XIV secolo, nel 1293 fu dimora di Amedeo V di Savoia a seguito del Trattato di Saint-Jean-de-Moirans. Da allora il castello divenne dimora di caccia dei membri della dinastia dei Savoia tra cui Amedeo VI, detto il Conte Verde. Tra il 1371 e il 1388 la fortezza venne trasformata in villa di delizia da Bona di Borbone, che vi risiedette per lunghi periodi insieme al figlio Amedeo VII detto il Conte Rosso che morì prematuramente nel 1391.
A partire dal 1413 il castello venne ampliato per volere del figlio Amedeo VIII, primo duca di Savoia che, con un atto di fondazione firmato il 23 febbraio dello stesso anno, lo elevò a sede del Priorato Agostiniano di Ripaille, con la presenza stabile di un priore e di quattordici monaci a cui fu concessa una cospicua rendita.
Nel 1429 Amedeo VIII commissionò a Claude de Saix la grande ristrutturazione del maniero, conferendogli l’aspetto esteriore che conserva parzialmente tuttora.
«Lungo un tracciato rettangolare di 158 metri di lunghezza e 70 di larghezza, fu tracciato un fossato profondo sette metri. L’edificio costruito ebbe circa 100 metri di lunghezza e consisteva in una cortina solenne in cui erano incastonate sette torri circolari: una di esse era più alta per il capo dell’Ordine, cioè lo stesso duca. Ciascuna torre era fornita di una scala a chiocciola che conduceva al piccolo appartamento messo a disposizione per ciascun eremita: una camera, uno studio, una cameretta per il servitore, una cucina, un cellario; davanti a ogni torre vi era un orticello. L’accesso a questa originale Casa dei Cavalieri era dato da un ponte levatoio che fu chiamato Ponte Felice, poiché la felicità era promessa a chi lo varcava con animo buono e retto. L’edificio comprendeva anche una sala per il Capitolo dell’Ordine e una cappella dedicata a Nostra Signora. Un altro accesso attraverso la palizzata conduceva al bosco.» (Wikipedia)
L’intento di questo importante rimaneggiamento fu dunque quello di farne la sede del nascente Ordine Militare di San Maurizio che in seguito divenne l’Ordine Mauriziano. Nell’autunno del 1434 Amedeo VIII si ritirò nel maniero dopo la sua abdicazione da antipapa, accompagnato dalla corte e dai più fidati cavalieri scelti fra coloro che, secondo la regola dell’Ordine, si erano distinti per meriti.
Il castello divenne un eremo di meditazione ma anche centro di potere che Amedeo VIII, malgrado la delega di Luogotenente al figlio Ludovico, continuò a detenere fino alla morte avvenuta nel castello il 6 gennaio 1451. Fino ad allora Ripaille fu il fulcro di una raffinata corte frequentata da letterati, musicisti, ambasciatori e miniaturisti che diede lustro al piccolo ducato sabaudo ma fu anche sede dell’amministrazione finanziaria dei territori.
Dal 1559 in poi, a seguito dello spostamento della capitale ducale da Chambéry a Torino, il castello venne frequentato sempre meno dai Savoia e nel 1624 Carlo Emanuele I di Savoia lo diede in concessione all’Ordine certosino che lo adattò a convento. Nel 1793, la struttura venne assalita dai sovversivi che ivi si stabilirono ma nel 1809 tornò ad essere una dimora signorile, divenendo proprietà del generale Pierre Louis Dupas. Divenuto bene di interesse nazionale ma logorato da segni di decadimento, verso la fine dell’Ottocento la proprietà venne acquistata da Frédéric Necker Engel-Gros, un industriale tessile di Mulhouse che si occupò del restauro e della sua completa ristrutturazione interna.
Dichiarato Monument Historique de France, la famiglia Necker Engel-Gros creò una fondazione per preservare e diffondere il patrimonio culturale del castello di Ripaille; nel 1976 la discendente Elisabeth Necker Engel-Gros cedette l’intera proprietà alla Fondation Ripaille che da allora la adibì a luogo di visita e sede di eventi e manifestazioni culturali.
Purtroppo dalla Fondazione hanno confermato (luglio 2021) che:
«Sfortunatamente, di questi affreschi di Jaquerio non rimane nulla dal XVI secolo, le guerre tra Savoia e Berna hanno portato alla scomparsa di molti edifici medievali comprese le cappelle. Allo stesso modo, tutti gli elementi interni del castello furono distrutti dall’incendio del XVI secolo e il castello fu successivamente ristrutturato due volte nel XVII secolo e intorno al 1900.»
Quindi se Jaquerio eseguì affreschi nelle cappelle diSaint-Bon de Thonon-les-Bains e in quella del Castello di Ripaille nulla rimane.

Un’ipotesi formulata da Giovanni Romano (Tra la Francia e l’Italia: note su Giacomo Jaquerio e una proposta per Enguerrand Quarton, in: “Hommage à Michel Laclotte. Études sur la peinture du Moyen Âge et de la Renaissance”, Milano-Paris 1994, pp. 173-188) è che l’indicazione dei documenti dei pagamenti si potesse riferire all’incarico di dipingere alcune sculture eseguite da Jean de Prindalle, il grande maestro di origine fiamminga giunto in Savoia dopo l’esperienza borgognona, il quale ricevette nel 1412 un pagamento per una “ymage de saint Maurix” destinata a Thonon.
Purtroppo anche di queste sculture non rimane nulla e quindi questa ipotesi rimane una mera supposizione.

Autore: Angela Crosta

EMBRUN (F). Il vecchio convento francescano dei Cordeliers.

Apparteneva alla regione storica del Delfinato, passato al regno di Francia nel 1349. Dista 62 chilometri dal confine italiano ed è raggiungibile attraverso il colle del Monginevro.
Embrun (anticamente in italiano Ambruno; in occitano Ambrun) è un comune francese di 6.570 abitanti situato nel dipartimento delle Alte Alpi della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Il nome è di origine celtica: viene da Ebr, che significava acqua e Dun, collina fortificata.
L’Ufficio per il turismo è situato nelle cappelle nord della chiesa e del convento dei “cordeliers” consacrato nel 1447 (tel. +33(0)492437272 – www.tourisme-embrun.com)
La navata distrutta all’inizio del ventesimo secolo, in seguito ad un incendio, è stata sostituita dalla piazza Dosse.
Queste cappelle, con volte a crociera ogivale, hanno conservato affreschi del XV e del VI secoli grazie a pittori italiani.
Tali affreschi ricoperti con uno strato di gesso sono stati restaurati dal 1969 al 1971.

CHIESA E CONVENTO DEI CORDIGLIERI
Il convento fu costruito nel XIII secolo fuori dai confini cittadini; distrutto agli inizi del XIV secolo, venne ricostruito all’interno della città. Nel 1352, per volere del papa, vi furono insediati i francescani perché contribuissero ad eliminare dalla zona l’eresia valdese.
Il convento e la chiesa, agli inizi del XX secolo, subirono una parziale distruzione in conseguenza di un incendio; restano il refettorio del convento e parti del chiostro in una proprietà privata, e quattro cappelle, che erano addossate al lato Nord della chiesa. Vedi anche: Convento francescano
Qui, durante il restauro degli anni 1970-1971 diretto da F. Enaud, Inspecteur principal des Monuments Historiques, sono stati scoperti affreschi risalenti tra il 1430 circa e gli inizi del XVI secolo.
Attualmente la cappella Nord, la quarta, è sede dell’ufficio turistico cittadino. Vedi anche: Office du turism

PRIMA CAPPELLACristo di pietà (3)
Piano schematico degli affreschi: sulle vele della volta S. Giovanni, Cristo di pietà, due angeli; parete Nord Santa Caterina, S. Gregorio; parete Est Santa Genoveffa; parete Ovest Resurrezione di Cristo.
Le diverse figure affrescate non mostrano identità né di esecuzione né di periodo cronologico. San Giovanni evangelista e Santa Caterina sono attribuiti ad esponenti della bottega di Jaquerio, e sono databili tra il 1440 ed il 1450.
L’imprigionamento della Santa, circondata da soldati con picche e alabarde, può ricordare la Salita al Calvario nella sacrestia della chiesa di Sant’Antonio Abate a Ranverso, ma con una delicatezza ed un rifiuto degli eccessi nuovi.
resurrezioneLa messa di San Gregorio appartiene ad una iconografia tardiva di origine italiana; Santa Genoveffa, che tiene in mano un cero, protezione contro il male degli ardenti, è rappresentata davanti all’imperatore Massenzio. Le due figure mostrano uno stile gotico meno elegante, con influenze del realismo fiammingo ed il ricordo di Jaquerio sempre meno evidente (1465-1470); anche nel Cristo di pietà, posteriore alla metà del XV secolo, il disegno pesante testimonia la lontananza da Jaquerio. Una mano ancora diversa, con uno stile convenzionale, ha eseguito la Resurrezione di Cristo e gli angeli che tengono in mano gli strumenti della passione, databili agli inizi del XVI secolo.
Si possono quindi individuare gli interventi di autori diversi, lo stile dei quali, con il passare del tempo, si allontana gradatamente dall’influenza di Jaquerio.
Confronti ed iconografie: il programma pittorico della volta, che prevedeva sulle vele i quattro evangelisti, ha subito una interruzione, con il solo San Giovanni eseguito e gli altri tre evangelisti sostituti dal Cristo di pietà e dagli angeli, che portano gli strumenti della passione.
s_CaterinaL’iconografia dei quattro evangelisti in trono è molto diffusa in ambito piemontese; il prototipo era stato definito dagli affreschi sulle volte della sacrestia di Sant’Antonio Abate a Ranverso e del presbiterio nella pieve di San Pietro a Pianezza, tutte opere pertinenti a Jaquerio o a suoi diretti collaboratori.
Numerosi esempi della seconda metà del XV secolo si trovano in ambito monregalese, dove talora agli evangelisti sono associati ad alcuni dottori della chiesa. Una iconografia frequente nelle cappelle delle Alpi durante il XV secolo è Cristo che esce dalla tomba; un esempio è la resurrezione sul paliotto dell’altare nella pieve di S. Pietro a Pianezza.
A testimoniare la diffusione dell’iconografia anche fuori dell’ambito strettamente torinese si possono ancora citare due affreschi del Monregalese. Cristo di pietà ha precedenti nella sacrestia e sulla parete Sud del presbiterio della chiesa di Ranverso, dove le due immagini hanno accanto gli strumenti della passione.
Riferimenti bibliografici:
Per gli evangelisti di Ranverso: AAVV.. Theatrum Mauritianum. Viaggio attraverso i beni artistici dell’Ordine Mauriziano, pagg. 28-29, Milano 1992.
Per le immagini del Cristo di pietà, ibidem pagg. 56, 59.
Per gli evangelisti nella pieve di San Pietro a Pianezza: AA.VV., Scoprire Pianezza. La pieve di San Pietro, pagg. 46-47, 90-93, fig. 26, Alpignano 1973.
Per la resurrezione nella pieve, ibidem, fig. 31.
Per gli evangelisti negli affreschi del Monregalese:
–  G.  RAINERI, Antichi affreschi del Monregalese, Mondovì, 1963: Mondovì S. Quintino scheda  nr. 10, Castelnuovo di Ceva S. Maurizio nr. 24, Saliceto S. Martino nr. 25, Bastia S. Fiorenzo nr. 28.
Per la resurrezione negli affreschi del Monregalese: ibidem, S. Michele Madonna della neve nr. 15, Niella sacrestia nr. 30.

miracolo parete Ovest-VSECONDA CAPPELLA
Piano schematico degli affreschi: sulle vele della volta è dipinta una decorazione ornamentale, sulle pareti Est, Ovest e Nord sono rappresentati i miracoli di Sant’Antonio da Padova.
Sulle pareti si svolge un programma unitario, che consiste nella esaltazione di Sant’Antonio da Padova, il maggior santo francescano dopo S. Francesco d’Assisi, mediante i miracoli da lui compiuti.
Sulla parete Est, in registri sovrapposti, sono affrescati in alto la Resurrezione del bambino caduto nell’acqua bollente, in basso a destra il miracolo del neonato che parla e dice il nome del padre, che non lo voleva riconoscere ritenendolo non suo; a sinistra la caduta dell’intonaco ha portato alla luce una sinopia con Sant’Antonio da Padova. Lo stile rientra ancora nel gotico internazionale.
miracolo parete Nord (2)Sulla parete Ovest, suddivise da una colonna, sono rappresentate due scene: a sinistra la Guarigione di appestati o affetti dal male degli ardenti, a destra la Benedizione dei contadini con i loro animali, e sullo sfondo un paesaggio urbano. Nel registro inferiore trovano spazio il Miracolo dell’asino che si inginocchia davanti all’ostia consacrata e la conversione dell’ebreo.
piano schematicoNella decorazione della parete Nord è intervenuto il medesimo pittore, che ha rappresentato due miracoli suddivisi da una finestra: a sinistra la Liberazione dei prigionieri in catene e a destra il Salvataggio di marinai, sullo sfondo un paesaggio con rocce e un fiume, che potrebbe essere la Durance nei pressi di Embrun; sotto questa scena vi sono i busti di Marius, vescovo di Losanna, e di una santa martire.
L’autore degli affreschi sulle pareti Ovest e Nord è un artista che sta superando il gotico e conosce le innovazioni fiamminghe e rinascimentali; probabilmente il pittore dei due paesaggi è ancora un terzo autore. L’esecuzione della decorazione sulle tre pareti si dispone cronologicamente dal 1430-1440 circa alla fine del XV secolo.
Nella parete Sud si apre la porta di accesso alla cappella.

087 (3)TERZA CAPPELLA
Piano schematico: parete nord stemmi, parete Est il Calvario.
Nel Calvario, ai lati del Crocifisso, secondo uno schema tradizionale, vi sono quattro santi: a sinistra S. Francesco d’Assisi, fondatore e patrono dell’ordine francescano, e Sant’Antonio Abate, a destra S. Giovanni evangelista e Sant’Agostino, o un santo vescovo.
La presenza di Sant’Antonio è giustificata dagli stretti legami tra i francescani e gli antoniani, ai quali erano affidati due ospedali di Embrun, quelli di St. Marcellin e di Pont d’Avançon.
castello-della-manta-sala-baronaleIl Crocifisso con santi ai lati rientra nella tradizione iconografica italiana, come testimoniano gli esempi della pieve di S. Pietro a Pianezza, dell’oratorio di Jean de Montchenu (il primo dei due precettori con questo nome, prima metà del XV secolo), nella torre dell’orologio di Ranverso, attribuiti a Jaquerio o alla sua bottega, e della Manta.
L’autore è il cosiddetto Maestro del Calvario (circa 1450); le sue figure si differenziano dalla tradizione jaqueriana soprattutto per la maggiore delicatezza della resa e la mancanza di tendenze espressioniste.
Riferimenti bibliografici:
Per il Crocifisso della pieve di S. Pietro:
– VV., Scoprire Pianezza. La pieve di San Pietro, pag. 45, figure 21, 29, Alpignano 2003.
Per il Crocifisso di Ranverso:
– GRITELLA (a cura di), Il colore del gotico. I restauri della Precettoria di S. Antonio di Ranverso, fig. 48, Savigliano 2001

CIRCONCISIONE-QUARTA CAPPELLA
Piano schematico: sulla parete Ovest l’infanzia di Giovanni Battista, sulla parete Nord l’infanzia di Cristo.
Sulla parete Ovest gli affreschi sono disposti in due registri: in alto l’Annunciazione a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista, in basso due scene deteriorate: a sinistra,  la Visitazione ed a destra, la nascita di Giovanni Battista, collocata in un edificio che ricorda il chiostro di Abondance.
Nel registro superiore della parete Nord è rappresentata l’Annunciazione a Maria, mentre nel registro inferiore l’unica scena rimasta è la Circoncisione.
Gli affreschi delle due pareti sono stati eseguiti dal medesimo artista, il cui stile è vicino a quello dell’autore degli affreschi di Abondance, situato nell’orbita di Jaquerio.
La datazione è incerta ed oscilla tra la prima e la seconda metà del XV secolo.

CONCLUSIONI
L’area alpina, per la sua situazione geografica, è un crocevia culturale, luogo di scambi tra un versante e l’altro delle Alpi. In questo contesto Embrun occupa una posizione privilegiata, perché l’alta valle del suo fiume, la Durance, è un passaggio obbligato tra la Provenza, la Savoia, il Piemonte e i paesi tedeschi, con le influenze in campo culturale ed artistico che ne conseguono.
Nel XV secolo in particolare sono molteplici le personalità che hanno operato nelle cappelle del convento: nelle prime decadi, grazie ad alcuni gruppi di collaboratori, la personalità dominante è Jaquerio, di cui a Embrun vengono mitigate le tendenze espressioniste, nella direzione di uno stile che gradatamente abbandona il gotico per ricercare un’arte nuova, anticipatrice del rinascimento.
Bibliografia:
– F. ENAUD, Les peintures murales découvertes dans les restes de l’ancienne église des Cordeliers d’Embrun, pagg. 22-74, Société d’études des Hautes Alpes, Gap 1978.
– C. GARDET, Les fresques de l’ancienne église des Cordeliers d’Embrun, pagg. 152-161, Paris 1972.

Vedi anche: Fresques cordeliers Embrun – GARDET

Vedi anche: Les Cordeliers à Embrun

Galleria immagini:

GINEVRA (Genève CH). Temple de St-Gervais, Chapelle Tous-les-Saints, affreschi.

Localizzazione e recapiti: Terreaux-du-Temple 12, Genève

Tipologia dell’edificio: Tempio della Chiesa riformata

Tipologia dell’opera: affreschi eseguiti verso il 1440 (forse 1442-45) e attribuiti alla scuola di Giacomo, oppure allo Pseudo-Matteo Jaquerio (Matteo, fratello di Giacomo, lo sostituì come pittore di corte presso gli Acaja nel 1418 (vedi: Fratini M., Jaquerio e il Pinerolese, in Giacomo Jaquerio e le arti del suo tempo, a cura di W. Canavesio, Regione Piemonte,Torino 2000, p. 35) e il figlio Giovanni sarà pittore prolifico dal 1427 fino al 1484, e padre di due altri pittori, Giorgio e Francesco).

Descrizione:
1 --Fresque_Vierge_Gervais WIkipediaCappella di Ognissanti, Tous-les-Saints. Per Oderzo Gabrieli la decorazione fu opera di due maestri, il primo fu l’autore della Madonna della Misericordia e dei Santi, fedele ai modi e allo stile dei precedenti di Sant’Antonio di Ranverso, verosimilmente lo Pseudo-Matteo (disegno di base in ocra rossa, giornate più piccole, occhi tondeggianti e incarnati candidi); il secondo un collaboratore che realizzò la scena con gli Evangelisti, che è impostata in maniera insicura o più laboriosa (eliminando parti e rifacendo l’intonachino, come per la testa di san Matteo), la cui mano si ritrova nel ciclo mariano di Abondance.
L’affresco più significativo, sulla parete est, rappresenta la Madonna della Misericordia che protegge sotto il suo manto una schiera affollata da trentotto personaggi, uomini e donne, di tutte le condizioni sociali, tra cui, a destra, l’imperatore Federico III e, a sinistra, l’antipapa Felice V, cioè il duca di Savoia Amedeo VIII, identificabile per lo stemma (la croce bianca di Savoia) sulla parte inferiore della pianeta. Questo fatto fa ipotizzare che l’affresco sia databile all’inizio del suo pontificato (elezione novembre 1439, ma in carica dal luglio 1440 sino all’abdicazione nell’aprile del 1449).
1 bis ginevra part madonna misericSi ritiene che l’opera possa essere una replica della medesima iconografia del castello di Fenis, datata al 1410-1420, vedasi l’articolo di Nicolas Schätti; vedi allegato: N. Schätti, La Vierge de misericorde
Alcune figure e angeli sono parzialmente perduti perchè taluni pigmenti furono stesi a secco. I visi dei personaggi sono resi con una stratigrafia più semplice di quella tipica di Giacomo Jaquerio.
I decori a mascherina, che presentano fiori stilizzati e geometrici, e le zoccolature a fondo rosso, sono simili a quelle di Ranverso.
Il decoro della parete, che è sopravissuto sotto le scialbature, fu disegnato nel 1876, opera conservata al BGE, Centre d’iconographie genevoise.
Al di sotto della Vergine, si trovano la zona superiore di una Deposizione di Gesù che originariamente decorava un altare, di cui si sono conservate le fondamenta. Qualche analogia si evidenzia con il Compianto sul Cristo morto della Cappella di Missione a Villafranca Piemonte, opera di Dux Aymo.
Sulla parete sud, vi sono le figure di sant’Antonio e, a destra della finestra, Giovanni Battista tra due sante martiri, probabilmente Caterina d’Alessandria e Margherita.
3 st gerv evangelistiSulla parete ovest sono raffigurati i quattro Evangelisti mentre lavorano in uno scriptorium, interessante lo scorcio e i particolari dei personaggi e degli oggetti (Ndr: sembrerebbe ricordare una prospettiva più elaborata delle figure degli Evangelisti della Chiesa di San Sebastiano a Pecetto, opera circa coeva di Guglielmetto Fantini, ma di qualità artistica inferiore.).

Notizie storiche:
2--temple-fresq001-300x197La chiesa di Saint Gervas sorse su un sito neolitico (circa 4000 a.C.). Nel V secolo fu eretta una chiesa, probabilmente con funzione funeraria, della quale si è conservata la cripta. Nel 926, il vicus Saint-Gervais, difeso da profondi fossati, fu citato per la prima volta. Alla fine del Medioevo, si estese notevolmente e divenne un quartiere di Ginevra, chiuso da mura fino alla metà del XIX secolo.
La chiesa fu completamente ricostruita tra il 1430 e il 1450 in stile gotico fiammeggiante. Il nuovo edificio, con volte a crociera, è costituito da un’unica navata con cappelle poste tra i contrafforti.
Dopo la Riforma del 1535, divenne un tempio della Chiesa Riformata e le pareti decorate furono ricoperte da vernice/pittura. L’edificio fu restaurato tra il 1987 e il 2001.

La cappella di Ognissanti, Chapelle Tous-les-Saints, situata sotto il campanile, fu fatta realizzare nel 1430 da un ricco mercante di Ginevra, Matthew Bernard d’Espagne (d’Epagny). Detta anche ‘Cappella della Vergine’ dopo che Jean-Daniel Blavignac, nel 1845, scoprì un affresco raffigurante la Vergine della Misericordia, opera della scuola di Jaquerio.
La cappella della Escalade fu costruita intorno al 1478 per iniziativa della confraternita dei mercanti di origine germanica a Ginevra e conserva un dipinto dell’epoca che raffigura san Cristoforo.
La cripta e i resti trovati durante gli scavi sono visibili nel sito archeologico creato sotto la chiesa.

Fruibilità:
Secrétariat: 11, rue Jean Dassier – 1201 Genève
Joëlle Marti-Juvet tel. 022 345 23 11
Accesso: lunedì, martedì giovedì dalla 9 alle 12
E-mail: st-gervais-paquis@protestant.ch

Bibliografia:
– Oderzo Gabrieli B., “Corpus Jaquerianum” – La tecnica di pittura murale di Giacomo Jaquerio e i suoi epigoni, in: Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, N.S. – LXV- LXVI-LXVII-LXVIII, 2014-2017, pp. 61-80, 2018
– Schätti N., La Vierge de miséricorde: contribution à l’étude de la peinture dans l’ancien duché de Savoie, in: Nos monuments d’art et d’histoire: bulletin destiné aux membres de la Société d’Histoire de l’Art en Suisse, Band (Jahr): 39 , 1988
– Hermanès T.A, “Les peintures murales de Saint-Gervais”, in Les Ponts de St-Gervais , Genève, 1995, pp. 191-197
– Guillot A.H., Le temple de St-Gervais à Genève: notice historique, ATAR, Genève, 1926
– Maire M.; Barde E.; Dominicé M., “Saint-Gervais”, in Temples de Genève, A. Jullien, Genève, 1950, pp. 12-16
– Blondel L., “Chronique archéologique pour 1953”, in Genava – Genève, tome 2, Genève, 1954, pp. 210-216
– Ganter E., Histoire de St-Gervais, Genève, 1973
– Bonnet C.; Broillet P.; Privati B. et al., Le Temple de Saint-Gervais, Fondation pour la conservation du temple de Saint-Gervais, Genève, 1991
– Brulhart A. et Deuber-Pauli E., “Quartier de Saint-Gervais”, in Ville et canton de Genève, coll. “Arts et monuments”, SHAS, Berne, (1ère éd. 1985) 1993, pp. 108-110
– Bonnet C. et Privati B., “Les recherches archéologiques à Saint-Gervais”, in Les Ponts de St-Gervais, Genève, 1995, pp. 187-189
– Broillet P. et Schaetti N., “La construction de l’église en brique de Saint-Gervais, in Les Ponts de St-Gervais , Genève, 1995, pp. 175-186
– Privati B., “L’église de Saint-Gervais”, in Patrimoine et architecture, no. 3, Genève, 1997, p. 14
– Béatrice Privati B., “Genève GE, Temple de Saint-Gervais”, in Annuaire de la Société suisse de préhistoire et d’archéologie, tome 86, Bâle, 2003, p. 236
– Winiger-Labuda A. (coord.), “Le Temple de Saint-Gervais”, in Genève, Saint-Gervais: du bourg au quartier, coll. “Les monuments d’art et d’histoire du canton de Genève”, tome 2, SHAS, Berne, 2001, pp. 95-152

Internet:
http://saint-gervais-paquis.epg.ch/temple-saint-gervais/

E-mail: st-gervais-paquis@protestant.ch

Data compilazione scheda: 29 marzo 2019

Nome del compilatore: Angela Crosta

GINEVRA (Genève CH): Xilografia di Giudizio Universale.

Localizzazione e recapiti:
La xilografia è conservata nella Bibliothèque de Genève col titolo “la bollitura dei prelati”.
Prom. des Bastions 1, 1205 Genève, Svizzera – http://institutions.ville-geneve.ch/fr/bge/

Descrizione:
La xilografia, realizzata forse verso il 1540, riprodurrebbe un affresco di Giacomo Jaquerio che si trovava nel convento ginevrino dei Domenicani di Plain-Palais, fondato nel 1263 da monaci provenienti dalla Francia, che venne completamente distrutto quando l’edificio fu demolito nell’autunno del 1535, dopo la Riforma calvinista.
Presumibilmente il dipinto risale al 1401 o, secondo alcuni critici, al 1411.
Il fatto che Jaquerio abbia affrescato un Giudizio Universale nel convento dei Domenicani a Ginevra, forse nel 1401, sembrerebbe accertato, ma non si hanno dati sulla dimensione, le caratteristiche dell’opera e soprattutto i contenuti della rappresentazione. Ciò che è rimasto sono solo alcune fonti storiche non concordanti e una xilografia realizzata circa 130-140 anni dopo l’esecuzione dell’affresco e alcuni anni dopo la sua distruzione, e che suscita molti interrogativi.
Rappresenta Satana come un mostro dotato di ali e mammelle, con arti inferiori caprini, seduto su un basamento rettangolare sospeso. Sul lungo collo, che porta una grande testa animale con corna che reggono una corona, si innestano altri sei colli e teste cornute (di animali non identificabili) di dimensioni minori.
Satana tiene avvolta con la coda una figura nuda che ha in testa la tiara papale e in mano una borsa probabilmente con denaro. La figura mostruosa sembra evacuare, oppure stare seduta sopra, un’altra testa umana con tiara.
Un diavolo sta in alto a sinistra con in mano un lungo e nodoso bastone, ali e gambe simili a quelle di Satana, ma una sola testa cornuta; a destra un altro demonio simile al primo, ma con lunghe corna, con corde aziona due mantici che dovrebbero alimentare il fuoco della fornace.
Al di sotto di Satana è raffigurato un forno/fornace in muratura a forma di torre circolare con un’apertura in alto da cui emergono i busti di un uomo barbuto; di un monaco tonsurato; di un un religioso che indossa un copricapo che ricorda la forma di un berretto frigio anche se probabilmente vuole rappresentare il cappuccio di una tonaca, e tiene con entrambe le mani un rosario; di un vescovo con la mitria sul capo e in mano il bastone pastorale.
A sinistra del forno, in basso, un altro diavolo con zampe posteriori palmate tiene in mano una specie di gancio doppio.
La scritta in alto, in francese del Cinquecento, evidentemente un commento post Riforma che riprende una discutibile interpretazione iconografica, recita (nostra traduzione):
«Una simile figura fu dipinta nella chiesa dei Giacobini [così erano anche detti i Domenicani che a Parigi avevano il convento presso la chiesa di San Giacomo] di Ginevra, detta Plein [sic] Palais, (a partire) dal 1401 con i versi latini scritti sotto per mostrare che non è da ora che Dio nella sua bontà infinita ha ispirato il cuore di alcuni a sapere che il Papa e tutto il papato è uscito da questa orribile e mostruosa bestia, cioè il principe dell’abisso infernale.»
I versi latini sotto l’immagine (nostra traduzione):
Iudicabit iudices Iudex generalis
Hic nihil proderit dignitate Papalis
Sive fit episcopus sive Cardinalis
Reus condemnabitur, nec dicetur qualis.
Il Giudice universale giudicherà i giudici,
Allora a nulla gioverà la dignità papale,
Che sia diventato vescovo o cardinale,
L’imputato dovrà essere condannato, e non deve essere detto che tipo di (condanna).
Hic nihil proderit quicquam allegare
Neque excipere, neque replicare
Nec apostolicam fedem appellare,
Reus condemnabitur, nec dicetur quare
Non sarà di alcuna utilità discutere qualcosa
Nè far eccezioni, né replicare
Né fare appello alla fede apostolica,
L’imputato dovrà essere condannato, e non deve essere detto per quale ragione.
Cogitare miseri qui vel quales estis,
Quid in hoc iudicio dicere potestis:
Idem erit dominus, iudex, actor, testis.
Pensate, miseri, chi o di che natura siete,
Ciò poteste dire in questo processo:
lo stesso signore sarà giudice, accusatore, testimone.
Tali versi richiamano il Dies Irae, famoso testo del XIII secolo, e sono chiaramente un commento all’immagine, ma è estremamente improbabile che siano stati scritti da Jaquerio, sia perchè non risultano altri commenti alle sue opere, sia per il tipo di contenuto.

Chi li compose e quando?
Impossibile dare una risposta per mancanza di fonti storiche.

La domanda si allaccia all’altra: chi fu il committente dell’opera?
Se un dipinto fu eseguito nel convento, con ogni probabilità il committente fu il Capitolo e l’Abate dell’epoca, che avevano i mezzi economici per far lavorare un pittore abbastanza noto; difficilmente avrebbe potuto essere un’estraneo al monastero o un singolo monaco. Ricordiamo che fin dai Capitoli generali domenicani del 1254 e del 1256 si ordinava di celebrare le feste di s. Domenico e di dipingerne le immagini in luoghi adatti delle chiese dell’Ordine; nel XV secolo era ormai tradizione consolidata raffigurare non solo i santi domenicani, ma anche altri temi e ambiti iconografici: crocifissi, polittici e via dicendo e di cui restano molti esempi in Italia, Germania e Francia (citiamo solo: Santa Caterina a Pisa, San Francesco a Siena, il convento di San Marco a Firenze, il convento di Bolzano). I dipinti che rappresentavano il Giudizio Universale erano frequenti nelle chiese del Quattrocento, però pochissimi sono attestati in quelle domenicane (la cappella Strozzi a Firenze, il convento di Bolzano).

La xilografia raffigura fedelmente ciò che era dipinto nel convento?
Le fonti storiche. Waldemar Deonna (1880-1959, archeologo, direttore dal 1922 del Museo d’arte e di storia di Ginevra, e professore di archeologia in quella università) in un articolo del 1946 riportò le fonti storiche che parlano dell’opera e che elenchiamo di seguito.
Antoine Froment (1509-1581, nel libro stampato successivamente: Les actes mervelleux de la cité de Genève, éd. Fick, 1854, p. 153) ne parla come fosse stato testimone oculare e sottolinea lo stupore dei ginevrini nel vedere il dipinto che descrive in modo simile all’immagine della xilografia. Però l’incisione riprodotta nel testo del 1854 è differente da quella conservata nella biblioteca. Forment commenta (sic p. 76): «Mais du cul de ce dyable sourtit le Pape, et du cul du Pape des Cardinaux, et des Cardinaux des es Evesques, des Evesques des Moynes et Prebstres, et ainsi tout ce menage monstroit estre sourty et venu du cul du Diable.» Tale descrizione non corrisponde alla figura della xilografia che si è conservata.
Michel Roset (1534-1613) si ispirò a Froment o a un’altra fonte contemporanea e descrive le figure in modo simile.
Jean Savion (1565-1630) o suo fratello Jacques (nato nel 1546) ne dà una descrizione simile alle precedenti, riportata del Deonna (nostra traduzione):
«L’anno 1401, un certo Iacopin (sic), considerando le trame e gli abusi dei papi e degli ecclesiastici, fece un ritratto nel convento dei Jacopins (altro nome con cui erano conosciuti i Domenicani) di Vieux (sic) Palaix a Ginevra, fece un dipinto sul muro del convento: foggiò un grande diavolo molto orribile che metteva al mondo (sic) un papa con la sua tripla corona, che uscito dal ventre di questo diavolo cadde in una grande caldaia (sic) che era sotto, che era pieno di persone della sua specie, cardinali, vescovi e monaci, e sotto questa caldaia c’era un grande fuoco e intorno a esso c’erano diavoli che attizzavano e mantenevano il fuoco soffiando con dei mantici.»
La descrizione è un’interpretazione molto soggettiva. Savion aggiunge dei dettagli che i suoi predecessori avevano omesso: la data del dipinto e i versi latini che l’accompagnavano.
Da notare che parla di “un certo Jacopin”, cioè interpreta il nome di Jaquerio come fosse un frate giacobino/domenicano! All’epoca probabilmente poco si sapeva di Jaquerio, ma non si capisce perchè, se avesse visto la xilografia, avrebbe omesso la frase con la firma del pittore. Il testo di Savion, pubblicato nel citato testo a cura di Fick, non menziona la frase “Haec depinxit Jacobus Jaqueri de civitate Taurini in Pedemontio, anno Domini millesimo quatercentesimo primo.”, che Geisendorf cita da Archinard, quindi la sua trascrizione non è conforme alla legenda dell’incisione.
Deonna concluse che si deve presumere che, se Savion fosse stato ispirato da questa incisione e avesse letto i versi latini, avrebbe mantenuto la frase precedente come la data, trascurando però il nome dell’autore. Questa omissione è comprensibile solo se, nell’incisione non fosse stato riportato anche il nome dell’artista, invece di parlare di uno sconosciuto “Jacopin”, quindi si potrebbe ritenere che avesse fatto ricorso a un’altra fonte, tuttora ignota.
Vedi allegato: DEONNA-gen-001_1946_24__228_d

Affresco o tavola?
Le fonti specificano che il Giudizio era dipinto su un muro e Jaquerio ha eseguito affreschi, non tavole, quindi è estremamente probabile che fosse un affresco; inoltre un dipinto su legno, invece che distrutto, sarebbe stato facilmente asportabile e utilizzabile come propaganda antipapale dai Riformati che demolirono il convento.

Data
La data 1401, citata anche nell’iscrizione in alto, nell’ultima in basso, riporta il nome di Jaquerio: Haec depinxit Jacobus Jaqueri de Civitate Taurini Pedemontio, anno Domini millesimo quatercentesimo primo.
Questa ha destato qualche perplessità (Castelnuovo, 2002, pp. 211-212, che propone 1411, quando il pittore è documentato a Ginevra) ma è impossibile, allo stato attuale delle conoscenze, verificarne la correttezza (Romano, 1994, p. 177). Può essere interpretata come prima prova del giovane pittore torinese (Baiocco, 2000, p. 16; scheda di F. Elsig in Il Gotico nelle Alpi, 2002, p. 484; Castelnuovo, 2006, p. 148; Elsig, 2013, p. 178).
L’unica opera sicuramente firmata da Giacomo Jaquerio è la decorazione della parete sinistra nel presbiterio di Sant’Antonio di Ranverso, con la Madonna in trono col bambino fra santi e serie di profeti, voluta da Jean de Polley e databile tra il 1413 e il 1415.

Problemi iconografici.
Da dove Jaquerio avrebbe tratto tale iconografia? Potrebbe essere stata suggerita dai domenicani stessi, ammesso che l’avessero commissionata nei termini che ci presenta la xilografia? Ma tale immagine sottolineiamo, ritrae un particolare del solo Inferno mentre di solito l’iconografia dei Giudizi prevedeva il Cristo Giudice, la schiera dei Beati e la visione delle diverse punizioni infernali. Inoltre, anche se l’opera originale avesse rappresentato solo l’Inferno, è insolita e anomala per le seguenti ragioni, a parere di chi scrive.
1. è difficile ammettere che i Domenicani avessero commissionato un affresco di così piccole dimensioni e soprattutto che riguardasse solo le pene infernali e unicamente di prelati! I Domenicani, custodi dell’ortodossia per ordine papale, difficilmente avrebbero commissionato o potuto permettere – all’inizio del XV secolo – una simile raffigurazione violentemente antipapale per motivi sia di ordine morale, sia teologico, sia di opportunità politica; eventualmente si potrebbe ipotizzare, ma con molte riserve, una critica al cosiddetto Scisma d’Occidente che aveva visto tra il 1378 e il 1417 lo scontro tra papi e antipapi dato che il dipinto sarebbe stato realizzato proprio in quel turbolento e difficile periodo della storia del Cattolicesimo.
Ci è difficile accettare l’ipotesi di Carità (1956) che potesse «essere stata dipinta con chiaro significato di avvertimento morale, in un convento del severo ordine domenicano» sia perchè avrebbero dovuto esserci più monaci dannati che papi, sia perchè non esistono iconografie simili per un confronto.
2. Perché mai Amedeo VIII di Savoia si sarebbe fatto ritrarre come papa, 20-30 anni dopo, nella chiesa di Saint Gervais a Ginevra, dalla stessa bottega/scuola che aveva dipinto così ferocemente la fine dei prelati? (In quel periodo di caos nelle gerarchie cattoliche e di sede vacante, inizialmente Felice V fu eletto papa e solo in seguito considerato un “antipapa”, tanto che, riconciliatosi con papa Niccolò V da questi fu riconosciuto cardinale del titolo di S. Sabina, legato e vicario apostolico nei paesi della sua obbedienza.)
3. A proposito della borsa di denaro del papa tenuto dalla coda di Satana, Carità scrive: «Nè il mostro si commuove di fronte al gesto di un papa che, mentre la coda sta per buttarlo al fuoco, tenta un’estrema corruzione con una borsa di denaro: un “unicum” iconografico, ch’io sappia.» L’interpretazione, appunto, non è suffragata da altri dati, invece se fosse un’aggiunta cinquecentesca, avrebbe una spiegazione nelle feroci accuse di simonia rivolte al Papato dalla Chiesa Riformata.
4. I particolari contro papato e clero sono insistiti ed eccessivi (tiare, mitria, rosario, tonsure ecc.), e tutta la raffigurazione è sgradevole e lontana dalle modalità jaqueriane. Le tiare in testa all’uomo avvolto dalla coda di Satana e a quello evacuato come possono stare in situ, rivolte verso il basso? Sembrano aggiunte a posteriori. Jaquerio era molto attento al realismo dei particolari.
In quasi tutti i Giudizi dell’epoca compaiono anche figure di prelati e papi, oltre che di sovrani, belle dame, guerrieri, mercanti e via dicendo, riconoscibili da copricapi, acconciature o vari oggetti, ma nessuno ha una specificità e un’unilateralità come questa xilografia.
5. L’iconografia del Giudizio Universale non compare in alcuna delle opere di Jaquerio o della sua scuola, anche se non si può escludere un’eccezione.
6. La figura di Satana ha un corpo rappresentato come le abituali caratteristiche iconografiche dei demoni, ma con il capo simile alla Bestia dalle sette teste descritta così nell’Apocalisse 13-2 di Giovanni: «Aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi, e su ciascuna testa un titolo blasfemo. […] era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone.» Tale essere, in epoca medievale, compare raramente in codici miniati e con una raffigurazione diversa da quella dell’opera di cui trattiamo. Inoltre l’identificazione della Bestia apocalittica con Satana non è univoca.
Questa mescolanza di due iconografie, il Diavolo e la Bestia, è un unicum, inoltre, se si osserva attentamente la xilografia, c’è una cesura tra il busto e le teste; il collo sorge dal torace in maniera anatomicamente anomala, con una linea retta tra le spalle, come se fosse stata fatta una sorta di collage.
Questa figura, come scrive Carità «ha un notevole effetto decorativo», ma osserviamo che, nonostante alcune differenze, c’è una certa somiglianza con opere come la nota incisione del 1496-98 di Albrecht Dürer (1471-1528) raffigurante l’Apocalisse; ammesso che sia corretta la datazione della xilografia di Ginevra, sarebbe successiva ad essa, ma i modelli iconografici erano certamente precedenti.
7. Molte raffigurazioni di Satana nel Giudizi Universali medievali del XIV e XV secolo lo mostrano con la abituale iconografia dei diavoli (raramente come lo scheletro della Morte come a La Brigue) o più frequentemente come un mostro con un’altra testa alla base del ventre mentre divora o tiene in vari modi delle figure umane, ma di solito non caratterizzati da oggetti o cartigli (Battistero di S. Giovanni a Firenze, Cappella degli Scrovegni a Padova, San Petronio a Bologna; Cimitero di Pisa); (eccezionalmente le figure hanno copricapi o scritte ad esempio in San Fiorenzo di Bastia Mondovì). La xilografia non è molto leggibile, ma sul ventre sembra esserci una bocca, non una testa – essendocene già sette forse un’altra era troppo! La testa papale potrebbe anche essere di un corpo su cui Satana è seduto, non necessariamente essere stata evacuata.
jaquerio8. L’oggetto tenuto in mano dal diavolo in basso a sinistra sembra essere un gancio doppio e la parte metallica è inchiodata sul manico di legno con tre chiodi. Tale forma però, a nostra conoscenza, non è attestata nè tra le armi conservate nei musei nè in vari testi sulle armi medievali. Nella Salita al Calvario di Ranverso, Jaquerio raffigura una gran quantità di armi inastate, ma nessuna come questa.
L’arma medievale che più potrebbe assomigliare, ma del XVI secolo, è un tipo di falcione (vedi figura), che però ha una lama e un solo gancio. Anche se non si trattasse di un’arma, ma di un attrezzo da lavoro, non si spiega la presenza di due ganci. Questa divergenza sembra poco spiegabile.
9. Jaquerio era attento al realismo delle raffigurazioni, ma qui il forno/fornace ha caratteristiche anomale, che non ci risultano attestate in archeologia o nell’iconografia dei Giudizi dell’epoca (in alcune opere i dannati sono raffigurati dentro un calderone su un fuoco, ma non in un forno).
In particolare sono singolari e tecnicamente improbabili: la struttura in muratura a forma rotonda che sembra tagliata nella parte superiore (come fosse un pozzo, infatti è disegnata una sorta di basamento sporgente) oppure mancante della copertura, che di solito era a forma di cupola; l’apertura anteriore ad arco, alta quasi quanto l’intera costruzione, che dovrebbe essere la “bocca”, ma da cui escono le fiamme per tutta la sua altezza. Il diavolo a destra soffia su mantici diretti verso la parete laterale invece che verso il fuoco, dato che non è disegnata la tubiera. Pare ci sia sproporzione tra la costruzione e la statura dei dannati, che dovrebbe arrivare a circa metà, o un terzo dell’altezza della fornace, e non è chiaro dove sia situato il piano di appoggio.
10. Una corona del rosario è tenuta in mano dal monaco al centro dentro al forno. Nel primo Quattrocento mettere un oggetto di culto come il rosario – col crocifisso, anche se la figura del Cristo appare poco leggibile – in una raffigurazione infernale era considerato blasfemo, inoltre non ha alcun senso teologico in mano ai dannati. Il rosario stesso fu, secondo la tradizione, proposto da san Domenico nella prima metà del XIII secolo, quindi risulta estemamente improbabile che in un convento di frati domenicani, custodi dell’ortodossia e votati alla lotta contro l’eresia, fosse stata ammessa tale raffigurazione. [La corona con i grani tutti uguali potrebbe non essere anomala perchè, anche se forse per una semplificazione iconografica, compare in alcune raffigurazioni di Madonna del Rosario come quella di Giorgio Vasari in Santa Maria Novella a Firenze o di Caravaggio nel Kunsthistorisches Museum a Vienna.]
Ma se la xilografia fosse stata realizzata come un manifesto anticattolico, poichè la recita del rosario era uno dei punti di critica ai ‘papisti’ da parte della Chiesa Riformata, potrebbe spiegarsi tale iconografia.

In conclusione, chi scrive può quindi con buone basi ipotizzare che la xilografia, pur se ispirata da un affresco di Jaquerio che aveva per soggetto il Giudizio Universale, sia stata usata come un manifesto antipapale e anticattolico e la valenza propagandista è chiara anche nelle scritte in francese sopra l’immagine e nei versi latini sotto. I molti interrogativi iconografici, storici e dottrinali che abbiamo sopra esaminato fanno sorgere il dubbio che il disegnatore cinquecentesco, che mostra una buona mano, abbia modificato, ridotto o artefatto l’originale a tale scopo.

Rilevatore: Angela Crosta

Bibliografia:
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